Killing Calderoli

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Molti di noi si erano chiesti per quale motivo [oltre a quelli noti] Calderoli avesse indossato una maglietta chiaramente offensiva del sentimento religioso di centinaia di milioni di persone, atto che ha provocato manifestazioni e incidenti in Libia, dove 11 persone [libiche] hanno trovato la morte, proprio per questi motivi.

Beh, adesso ce lo dice lui:

GOVERNO: CALDEROLI, SPERO NESSUN PROBLEMA CON LIBIA = INCIDENTE CHIUSO, PENTITO PER T-SHIRT MA È COSA DEL PASSATO

Roma, 9 mag. (Adnkronos) - «Mi sono pentito per le conseguenze che ha determinato e per il significato diverso che è stato attribuito. Il mio era un messaggio di pace e di avvicinamento tra le religioni monoteiste, ma è stato interpretato in maniera diversa. Mi auguro che oggi non ci siano dei problemi legati ad una cosa del passato che dovrebbe essere considerata come un incidente chiuso. Oggi dobbiamo sistemare quello che è per il bene dei nostri cittadini e per il bene di tutti». Così il neoministro per la semplificazione legislativa, Roberto Calderoli, ospite di Maurizio Belpietro a “Panorama del giorno”, torna a parlare della storia delle t-shirt contro Maometto e delle polemiche da parte della Libia che, ancora nei giorni scorsi, hanno riguardato l'ipotesi che il leghista entrasse nel governo. (Pol-Leb/Col/Adnkronos)

Dopo cotanta e cotale dichiarazione, suppongo che la semplificazione legislativa secondo Calderoli sarà un colto e coraggioso pubblicare sia le leggi ad personam sia quelle contro le minoranze sulla Gazzetta Ufficiale, usando però i verbi all’infinito. Naturalmente mentre rutta e si gratta il culo. Sia maiche altrimenti siano troppo complesse per il popolaccio.

Attendiamo tutti con ansia che il nostro esperto di relazioni internazionali cinga un sospensorio con effigiata la faccia di Mugabe al fine di sciogliere il nodo della crisi nello Zimbabwe, che indossi le mutandine della sig.ra Carfagna così da risolvere il conflitto israelo-palestinese e il reggiseno della sig.ra Silvye Lubamba che sarà senz’altro decisivo nella soluzione della guerra fredda in atto tra Cina e USA.

Dacia Valent

Shhhhhhhhh, meglio sussurrare...

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Mostra Islam - Ebraismo Un antico e saggio detto confuciano recita: “è molto facile fare il frocio con il culo degli altri”.

Ed è quello che sta succedendo a Torino, dove alcuni gruppi di estrema sinistra e destra si stanno dando appuntamento per boicottare una fiera del libro. Ma per l’amor di Allah, una Fiera del Libro...

La storia potete leggerla qui, meglio spiegata. Si da il caso che sia stato l’Egitto a fare un passo indietro e siccome Israele era in zona (Fiera del libro di Parigi) per questioni - suppongo - contingentemente economiche, si è scelto di passargli il testimone.

Che poi fosse inopportuno farlo proprio quest’anno, in cui ricorre un doppio anniversario, quello della nascita dello stato d’Israele e quello della morte delle speranze a lungo coltivate prima del ’48 dai palestinesi di avere il proprio stato, nessuno lo mette in discussione.

E nulla quæstio sui crimini che Israele commette sulla popolazione prigioniera a Gaza e in Cisgiordania: dai bombardamenti "mirati" che uccidono intere famiglie o ragazzini che giocano a pallone su una spiaggia fino alle rappresaglie che azzerano il progresso faticosamente raggiunto dal lavoro corale di un intero stato come accaduto in Libano.

Tutto nella completa indifferenza, accettazione o giustificazione della comunità internazionale.

Così come è difficile non notare l’assenza di una critica “istituzionale”, non delegata alla buona volontà di chi invece non vede nulla di male nel presentare il conto ad uno stato che ha fatto dell’apartheid la colonna portante della sua costruzione.

Come ad esempio il convegno che si terrà a sempre a Torino, il 10 maggio, alle 10, presso il Centro Italo Arabo Dar al Hikma [Via Fiocchetto, nr. 15] a cui partecipano, tra gli altri, il compagno Gianni Vattimo e Gamal Elkoudary, parlamentare palestinese e presidente del Comitato contro l’assedio di Gaza.

Ma mentre da quelle parti le persone combattono e sanguinano e muoiono e uccidono, da queste parti invece possiamo permetterci di fare i “mujaheddin” o i “khaverim” da tastiera, magari anche bruciare qualche bandiera nei cortei (fatto che non ha la stessa valenza in Italia di quella che ha negli USA, dove per avere il diritto di farlo si sono battuti per anni), così mascherando pulsioni oscure con un antisionismo che definire finto, manierista e colpevole è misericordioso.

Tanto noi rimaniamo qui, no?, e la sera l’unico bombardamento che siamo costretti a subire è quello di una televisione impietosa a cui non ci si riesce a sottrarre [dannata Sky, dannata Fox].

Ma, diciamocelo, è molto più difficile parlare, confrontarsi, trovare punti in comune e tentare di puntellarli con il ragionamento e la buona volontà.

Che è quello che sta facendo Sherif El Sebaie a Torino.

Infatti il 7 maggio, alle 18.00, grazie a lui, nell'Aula Magna Agnelli del Politecnico di Torino si potrà ascoltare un concerto e quindi ammirare nella Cittadella Politecnica la mostra Islam ed Ebraismo". [cliccate qui o sulla foto per vedere la locandina ingrandita].

La mostra sarà aperta da un concerto del musicista israeliano Eyal Lerner, che suonerà insieme al libanese Ghazi Makhoul.

Racconterà - questa mostra - della storia dei rapporti tra Ebraismo e Islam, e vede un lavoro corale di musulmani ed ebrei che non si sono tirati indietro di fronte alla sfida più grande: non dare la possibilità a chi odia - senza altro motivo che non sia il livore purissimo per qualcuno che si ritiene inferiore e/o pericoloso [sia questo l’ebreo o il musulmano] - di continuare a odiare.

Perché, signore e signori, la sera del 7 maggio al Politecnico di Torino, invece, si racconterà di un rapporto lungo millequattrocento anni, che si snoda faticoso ma fecondo tra il Medioriente, l’Africa e l’Europa.

E ci sono tutti: a patrocinare l’evento non è solo la stessa Fiera del libro, ma anche la Comunità Ebraica di Torino (e infatti Tullio Levi, il suo presidente ci sarà) e la parte dedicata ai “Giusti dell’Islam” è realizzata in collaborazione con il Pontificio Istituto Missioni Estere.

Non ci saranno solo immagini, oggetti e musica, ma anche la presentazione del libro “Tra i giusti” (Ed. Marsilio) di Robert Satloff, direttore del Washington Institute per la politica del Vicino Oriente, un coinvolgente libro dedicato agli arabi e musulmani che durante la Shoah misero in salvo migliaia di ebrei.

Il giorno dopo, all’apertura della Fiera, ci saranno coraggiosi urlatori fuori da quei locali. Si bruceranno coraggiosamente delle bandiere israeliane e americane. Si negherà - insomma - il diritto all’esistenza della cultura.

Che volete che vi dica: i roghi di libri, anche se virtuali, li lascio volentieri agli emuli di Hitler e Pol Pot.

Io mi tengo Sherif e Tullio.

È quello - se sapremo conquistarlo - il nostro futuro. E anche quello della Palestina.

Il coraggio quasi mai risiede in becere grida scomposte, bensì nel sussurro moltiplicato per milioni di voci libere, di voci oneste. Ecco, nell'Aula Magna Agnelli del Politecnico di Torino, domani sera, saranno in molti a sussurrare.

Dacia Valent

Revolution

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Voi avete imparato a sapere quanto a me piaccia scrivere. Io ho imparato quanto ad alcuni di voi piaccia leggere.

Beh, a metà dicembre [in tempo per i regali di natale] potrete comprare il mio primo libro. Non è una raccolta di pezzi pubblicati sul blog. È molto più semplicemente un lungo racconto di racconti di varia umanità e disumanità incrociata negli ultimi tre anni.

Devo ringraziare per il suggerimento tre persone: Miguel, Sherif e Massimo.

Molti si riconosceranno, in questi racconti, i “nomi di battesimo” non li ho cambiati, anche se non ci sono cognomi. Ma chi sa, sa, e chi conosce riconosce.

Un’altra piccola rivoluzione la trovate tra i link, visto che va di moda, ultimamente. Ho usato alcuni titoli di film che mi piacciono o che mi hanno fatto divertire. Mancano molti dei miei preferiti [quasi tutti], ma solo per motivi di attinenza con i blogger che collegavo.

Alcuni scribacchini sono stati spostati di categoria, per ovvi motivi, altri che erano scomparsi, sono riapparsi.

Ci sono alcuni blog assolutamente imperdibili, come quello dei G2 [Seconde Generazioni] o quello di Marco Wong.

Altri dove si deve assolutamente sostare almeno una volta al giorno, come quello di Ulivegreche o quelli di Talib, Gabrielita e Mirumir.

Molti da scoprire, come quello di Gianni Maris [Italosomali], altri da riscoprire come quelli di Flora [Afroitaliani] e Reine [Afrocittà], ma da frequentare assolutamente. Altri si aggiungeranno, ché questo mondo è proprio bello a volte.

Il blog resta moderato, eccetto che per alcuni fortunati che non passano per le forche caudine della mia "moderazione" [l'unico momento in cui sono moderata, accipicchia]. Ma i vostri commenti li leggo tutti, no worries, e alcuni li faccio passare: preferisco così.

Devo capire come mettere i "bottoni" a siti come Nonsolozapatero, Kligg, Ziczac e OKnotizie, e poi lo faccio. Devo ancora capire cosa fare con Kilombo, ma in questo periodo no go voja, e quindi resta lì.

E adesso mi prendo delle meritate ferie. Rimango in Italia per altre tre settimane ma poi, le prossime volte che scriverò - e per ben quattro scommetto bellissime settimane - sarò tra il Messico e gli Stati Uniti.

Ah, così, en passant, mi sposo.

Lui è Nero, cattivo e pare che non sia mai riuscito a essere dolce in tutta la sua vita. E anche se mi ci è voluta una prova empirica esaltante e devastante per capirlo, diciamocelo, Nero è esattamente come piace a me ed è esattamente ciò di cui ho bisogno.

E si, è musulmano, e no, non vive in Italia, e ancora no, non l'ho "conosciuto" tramite Muslima, e nonono, non ci siamo ancora conosciuti "coranicamente".

E poi, fatevi un po' i cazzi vostri.

Ma giusto per.

Dacia Valent

Il mio mondo

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25 aprile


Ci sono cose che non possono rimanere nascoste tra i commenti: immagini, parole, idee.

Oggi vorrei tanto regalarvi quest'immagine, scattata da Hidden Side, per me una delle letture piacevoli di ogni mattino.

Dacia Valent

Yo bro

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Mai perdere "l'Est" della bussola...Fratello:

non riesco a parlarne a voce, e ti assicuro che la questione mi secca parecchio. Ogni volta che ci penso sento rabbia.

Non poca, ma tanta tanta.

Insomma, oggi l’ho passata a leggere il Corano. Ho appena finito. L’ho letto tutto. Ho preso appunti. Lo rileggo domani.

Ma ho delle domande da farti e vorrei tanto avere delle risposte. Non so nemmeno se siano domande o se si tratterà di una lunga invettiva.

Vediamo come si sviluppa e poi ci pensiamo, ok?

Lascia stare la questione della segregazione ai tavoli del pranzo. Non è quella il problema, te lo assicuro. Dopo aver sentito la nostra comune amica ed aver ascoltato il “genere eletto”, mi sono quasi chiari gli evidenti motivi della “separazione”. Freud avrebbe francamente molto, ma molto, da dire. E sarebbero tutte quante cose parecchio imbarazzanti.

Il pranzo non c’entra affatto. Francamente non riuscivo nemmeno a parlare dal palco: da una parte erano sedute le donne, dall’altra gli uomini. E io avrei dovuto parlare di cosa? Di diritti civili, di uguaglianza? Non ci riuscivo e ti assicuro che il mio discorso ce l’avevo in testa, bello, chiaro e deciso. Accidenti, non riuscivo a capacitarmi che la sala fosse divisa così. Ho preferito tagliare corto.

Non voglio sembrarti stronza e volgare, lungi da me, e se dovesse succedere, per favore, non tenerne conto: sai quanto io ci vada giù piatta sulle questioni che mi interessano. E questa mi interessa. Dal punto di vista della comprensione di un mondo che mi è diventato all’improvviso estraneo, che mi è impazzito e che mette in crisi la mia idea di Islam.

Fratello, tu sei un compagno. Sei un compagno. Dimentica il fatto che tu sia anche musulmano. Molti compagni sono cristiani, ebrei, agnostici, pagani, wicca ed atei: il fattore religioso non influisce sulle loro scelte politiche, almeno non su quelle degli intelligenti.

Non è che sto parlandone con un conservatore, che ha bene in mente quale sia “il posto delle donne”, magari tra camere da letto e cucina. Tu conosci perfettamente il percorso che noi, tutte noi, abbiamo compiuto negli anni. La fatica per conquistare quello che era garantito da un paio di testicoli ce lo siamo dovuto letteralmente sanguinare, abbiamo pagato con la vita, la nostra e quella di altre, per poter dire che noi avevamo il diritto di avere dei diritti, e che quando tutti noi si parlava di diritti dell’uomo, non si intendeva esattamente “del maschio bianco, dai 25 ai 60, cristiano, eterosessuale, completamente abile”, si parlava di uomo in senso lato.

Oso sperare che tu ricordi che centinaia di migliaia di donne sono state arrestate, torturate, nutrite a forza, uccise, linciate, bruciate sui roghi, violentate, licenziate: ci hanno fatto di tutto, per secoli.

Ed ognuna di quelle donne conta nel mio DNA politico, conta nel DNA politico delle generazioni di donne - che grazie a quei sacrifici - oggi occupano un posto diverso nella società, che hanno gli strumenti cognitivi, intellettuali e politici per individuare nuovi terreni di confronto ed abbattere le ultime - o le ulteriori - barriere che si ergono tra noi e la partecipazione attiva totale delle donne nel governo della cosa pubblica e nella determinazione delle scelte che coinvolgono l’insieme della società.

E invece, un bel giorno mi ritrovo in una sala, piena di persone che dovrebbero essermi quantomeno affini, per le quali ho smesso di fare altre cose e lasciato perdere opportunità che mi avrebbero portato lontano da ciò che voglio e penso di dover realizzare, cose che non mi avrebbero coinvolta in maniera così totalizzante da farmi a volte mancare il fiato: dalla sorpresa all’indignazione, dalla speranza alla rabbia.

E cosa vedo di fronte a me?

La riproduzione in scala di una specie di tenda nel deserto del Sahara, con le donne da una parte e gli uomini dall’altra. Donne intelligenti e forti, che sono tenute a mantenere il riserbo, a mortificare la loro bellezza consentendo che i loro padri, zii, mariti, fratelli, cugini, vicini e morosi, tutti più brutti e meno presentabili, si pavoneggino per la sala e prendano la parola per dire meno di quanto invece potrebbero dare loro.

Mai più. Davvero, non mi interessa vedere la mia idea di Islam, quello che leggo nelle pagine del Corano, dove né Allah né il Profeta sparano le idiozie che ‘sti wannabe talebani spacciano come “volontà di Dio”.

La cosa che mi sconvolge è vederti così compreso in un ruolo che in qualche maniera nega quella parte di te che è stata determinante nella tua scelta di appartenere all’Islam.

Davvero credi che se tu fossi stato un devoto seguace di Keynes avresti sentito così forte e chiara la necessità di abbracciare l’Islam? Sei davvero convinto che il tuo ideale di uguaglianza possa essere barattato con tradizioni che con te c’entrano poco, anzi pochissimo? Ne sei davvero convinto? Ti prego, dimmi di no.

Quando è che avresti deciso che l’emancipazione della donna passa attraverso la separazione, la segregazione e il suo svilimento? Può davvero un malinteso senso della fede farti dimenticare il sacrificio delle compagne ed il loro contributo al movimento? Ti prego, dimmi di no.

No, scusa, sei davvero convinto che se pregassi di fronte a te non riusciresti a contenere il tuo ardore animalesco e non potresti fare a meno di dare il via ex-abrupto - lì, sul pavimento della Moschea - ad un festino di sesso spinto sulla prima superficie disponibile commettendo atti ragionevolmente e piamente immondi? Sei davvero convinto che se una donna guidasse la preghiera l’Islam sarebbe condannato immediatamente alla scelleratezza ed alla crapula?

Non riesco, oggettivamente, ad associare una lotta di liberazione ad un movimento – ancorché di fede - che mi impedisca l’accesso ad ogni strumento a disposizione dei fedeli, per il semplice motivo che sono una portatrice sana di vagina e perché tu, e gli altri nerboruti fedeli produttori di testosterone, ritenete di essere autorizzati ad esibire oscenamente la vostra di sessualità.

Perché, te ne rendi conto suppongo, che imporci un “dress code” che vi ponga al riparo da stimoli sessuali sgraditi, chiederci di non “eccitarvi”, di mantenere il “decoro” e la “modestia” è sostanzialmente questo: l’uso pretestuoso dei vostri genitali, o dello scarso controllo che avete su di loro [non come musulmani, ma come semplici uomini], come alibi per costringerci ad interiorizzare e nascondere la nostra sessualità, la nostra bellezza, la nostra forza, la nostra intelligenza, perché dannose per l'idea che avete voi della società.

Si da però il caso che abbia imparato, in lunghi anni di turismo nei boxer di ben 5uomini5, che non è proprio vero che funzionate come le mitiche sex-machine di cui cantava James Brown. Anzi, lo spam che ricevo quotidianamente in mailbox parla chiaro, chiarissimo.

Si da il caso che abbia un rapporto di rispetto reciproco con il mio corpo, si da il caso che mi piacciano gli uomini, ed anche parecchio, tuttavia si da anche il caso che un paio di occhi grigi o un sedere da favola non mi facciano perdere la testa facendomi diventare una specie di ninfomane in calore, costringendomi a ribaltare il malcapitato sul selciato e a possederlo immanente.

E se io, se noi, siamo in grado di controllarci, anche voi – soprattutto voi, visto l’alta considerazione che avete dell’articolo “uomo” – dovreste riuscire a farlo. Oppure dovreste dimettervi da ogni carica e incarico di responsabilità in ogni angolo del pianeta, financo quelle condominiali, che un consesso umano guidato da animali non ha senso logico.

Non ti sembra grave che il codice penale contempli una serie di reati “specialistici di genere”, oppure che le nostre strade pullulino di prostitute, o che la pubblicità sia un tripudio di tette e culi anche per vendere un set di pentole? E tutto questo perché la gestione maschilizzata della società vi ha concesso la possibilità di addossare alle “vittime” le colpe di un atteggiamento prettamente maschile.

La violenza sessuale? Colpa della minigonna. La prostituzione? Gli “uomini” hanno dei bisogni che vanno soddisfatti. I consumatori? Uomini che hanno bisogno dell’appeal sessuale per essere stimolati all’acquisto.

Importare esotismi accettabili [forse] nei paesi da cui si stanno importando, come ad esempio la segregazione o la separazione delle donne qui in Italia risponde esattamente a questa visione del mondo, dal mio punto di vista: è necessario che stiate lontane perché altrimenti ci distraete, ci eccitate.

E questa visione è assolutamente inaccettabile.

Ti pare davvero così strano, ed offensivo (offensivo… ti rendi conto di quello che mi hai detto tu?) che invece di fidarmi delle trascrizioni apocrife di qualche interessato ometto probabilmente in manca di viagra, io preferisca basarmi sul Corano e ritenere che una gestione maschile della trascrizione degli Ahadit abbia relegato le donne, la donna, in una posizione che è condannata proprio dalle parole del dettato di Allah?

Perché, davvero, indicami dov’è che si parlerebbe della segregazione delle donne? Allah non ha mai creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, e non ha creato la donna come una specie di ripensamento da una costola dello stesso. Fin dalla creazione, noi donne siamo uguali, pari agli uomini: “Di ogni cosa creammo una coppia, affinché possiate riflettere” (Q. 51:49).

Il Corano prevede per le donne tutti i diritti: da quello all’eredità a quello alla vita, da quello alla proprietà indipendente al diritto di testimoniare in tribunale fino al divorzio. Ci protegge dalla violenza sessuale, dalla costrizione al matrimonio. È il Corano a darci gli stessi obblighi nel compimento dei doveri religiosi e ci rende ugualmente punibili per le mancanze: “Chi farà un male, subirà una sanzione corrispondente, mentre chi fa il bene, essendo credente, maschio o femmina, sarà fra coloro che entreranno nel Giardino in cui riceveranno di ogni cosa a profusione” (Q. 40:40)

Mi dici da quale sperduta galassia viene questa cosa della separazione in pubblico, sul luogo di lavoro o durante la preghiera? E mi spieghi perché durante il pellegrinaggio non ve n’è traccia? Sul serio. È discriminante, avvilente, svilente, offensiva. Dal mio modestissimo e – probabilmente – sbagliatissimo punto di vista così, come dire? Ah, ecco, “di donna”.

Invece, nel Corano, nella Sura Le api, tra i non profeti, la regina di Saba è il modello coranico del leader positivo: trasparenza nella decisione, concertazione ed il benessere del suo popolo prima di qualsiasi cosa. Mentre l’esempio di leader negativo è dato dal faraone d’Egitto (Le strappanti violente), un uomo “io sono il grande boss” un autocrate.

Quindi si può affermare che l’appartenenza di genere non costituisce una garanzia del fatto che un leader possa essere giusto, e nella stessa maniera si può affermare che le donne sanno e possono essere leader giusti. Ed a chiunque dica il contrario andrebbe ricordato che nella Sura Le api, è lo stesso Allah a dire “Non proferite dunque stravaganti invenzioni delle vostre lingue dicendo: «Questo è lecito e questo illecito» e mentendo contro Allah. Coloro che inventano menzogne contro Allah non avranno alcun successo”.

Nella Sura Le api, quando condanna l’orribile abitudine pre-islamica dell’uccisione delle figlie femmine, Allah stigmatizza la discriminazione di genere e l’umiliazione delle donne. (Q. 16:58,59). Invece, Allah ha comandato giustizia (Q. 5:8 - 7:33 - 16:90).

Ricordo quando mi dicevi che era necessario che io conoscessi la comunità: esci dal tuo bunker informatico, incontra i fratelli e le sorelle, Dacia. Tu non sai quanto ti strozzerei per questa cosa. Ero innamorata dell’idea che avevo dell’Islam, ero in luna di miele e il tuo consiglio mi ha portato direttamente al 7° anno.

Ho visto cose che voi ummani

Le avvisaglie c’erano tutte: fratelli italianissimi da millemila generazioni che si lamentavano della mia “espansività”… Dico, ma ‘sti ragazzuoli sono cresciuti nell’equivalente musulmano del Monte Athos? Capirei se il mio congedo abituale (usato indiscriminatamente per donne e uomini, per carità) fosse stato “un bacio umido sul glande”, ma si è sempre limitato a “un bacione” oppure a “un abbraccio”.

Ma tu non sai quanto mi piacerebbe vederti rispettare le esotiche tradizioni arabe che hai abbracciato e passeggiare mano nella mano con un qualche nerboruto fratello per le strade di Roma o di Milano, eh?

Il fatto che il "mano nella mano" tra maschi sia una tradizione ben consolidata nel cosiddetto “mondo islamico” [in realtà solo in quello arabo e africano] non te la fa sembrare un’opzione realizzabile o praticabile suppongo: sarebbe quantomeno sputtanante, per un paio di maschioni di italica stirpe, tutti pisello e martello, eh?

Invece non hai alcun problema ad importare altre abitudini, più consone a esotiche tende beduine: moltiplicazione delle mogli, segregazione delle donne, parole arabe pronunciate male. Patetico.

Insomma, a tutto questo Allahamdulillaieggiare, ai separatismi e desertismi vari, raramente corrisponde un’adozione in toto di costumi che potrebbero sembrare riprovevoli (o sputtananti) per il senso comune del paese in cui il Profeta ha detto "accostumatevi".

Mi chiedo per quale motivo ti stia bene, anzi, mi chiedo come mai tu addirittura difenda la “separazione” di genere, come hai fatto. A me sembra riprovevole la segregazione in generale. Suppongo però che essendo io una da “separatizzare”, che la mia opinione difficilmente verrà presa in considerazione, no?

Il fatto che spesso, in una stanza piena di ometti, siano le donne le uniche ad avere le palle, non ci rende comunque credibili: le palle devono essere fisiche, si deve poterle toccare, e magari, perché no? esibirle in maneggiamenti pubblici che imbarazzano tutti eccetto il maneggione [e questa un giorno me la dovete spiegare, che assistere alla messa a posto del pacco in pubblico è davvero fatidioso].

Ti rendi conto che si tratta di una specie di allamizzazione del potenziale contesto della “via italiana all’Islam” che così bene descrivi e che così bene mi hai fatto intravedere?

Così come il Magdaleno è diventato un italiota (i “nostri” soldati di Nassiriya, “se non vi sta bene ritornatevene in Egitto”, “e mo mi chiamo Cristiano, perdindirindina”, ecc. ecc.) ho l’impressione che il rischio che corriamo noi convertiti, anche quelli che l’hanno fatto per motivi molto più nobili dei miei, sia quello di diventare dei musulmoidi (vorrei davvero sentire uno degli Allahamdullilaieggiatori abituali dire in arabo “Perdindirindina, devo portare la macchina dal meccanico a fare il cambio dell’olio”, insomma, dire “grazie a Dio sto bene” je par così brutto?), una specie d replicante buzzurro di una cultura che non è la nostra. Si tratta di fede, Fratello, non si tratta di fashion.

Così come vorrei tanto sapere se nelle occasioni ufficiali, voi, simpatici osservanti intransigenti, vi permettete di “porgere il gomito” ad assessori femmine cristiane, a prefetti femmine cristiane, a direttori generali femmine cristiane, o se magari nelle occasioni ufficiali pretendiate di farle mangiare in cucina o mandarle a letto senza cena.

Sbaglio o il vostro “proteggere” le donne dalla vostra enorme ed incontrollabile potenza sessuale che tutto travolge [Ma ROTFL] si limita alla discriminazione tout court solo delle donne musulmane?

Ma se davvero siamo partigiani del multiculturalismo, o del relativismo culturale, non voglio cadere nelle maglie di una “cultura relativa” che mi costringerebbe a recedere da posizioni acquisite solo perché un gruppo di persone, simpatiche e rispettabilissime come voi, ha deciso di costringermi nelle maglie di una cultura sociale che mi è aliena e che cozza con ciò che mi costruisce come militante, come credente e come persona, per quanto sgarrupata io sia.

Il multiculturalismo funziona in due sensi: io non dovrei, anzi, non devo e non voglio essere costretta a rinunciare alla mia formazione intellettuale e politica per esprimere e vivere la mia fede.

Io ti credo quando mi dici che è riduttivo e mortificante parlare di “Islam Italiano”, e che sarebbe – invece – il compito della Umma che vive in Italia trovare gramscianamentela via italiana all’Islam”.

Non mi pare però che il tuo approccio, così come l’ho visto lunedì, sia suscettibile di produrre risultati apprezzabili da questa generazione. Fammi indovinare… Vuoi vedere che anche in questo caso si tratta del solito lavoro di “lunga lena”, che puntiamo verso la “mezzaluna dell’avvenir” ecc. ecc.? Improponibile.

Non lo so Fratello. O forse lo so. Forse è il caso che io continui a fare quello che so e non mi avventuri a conoscere i fratelli e le sorelle come invece mi consigli tu. Preferisco, davvero, limitarmi all’ambito che mi ero prefissata e nel quale non sentivo così forte lo stimolo alla critica (costruttiva, per carità), evitando il tuo consiglio di immergermi nella comunità. Disobbedisco.

Preferisco continuare a pensare che l’Islam possa essere la soluzione, piuttosto che prendere mestamente atto che l’Islam sia il problema.

Dacia Valent

E mo basta....

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Stanno incendiando Sinagoghe in Israele. E sono incendi dolosi. A Bnei Brak. Finora sono tre.

Bnei BrakCi sono cose che io non riesco a capire: per quale motivo incendiare un luogo dove le persone si raccolgono per pregare, o profanare i loro cimiteri.

È una perversione che non riuscirei mai a farmi piacere. Così come non mi piacerebbe negare a persone degne e pie la possibilità di pregare fuori dalle “catacombe” inaugurate dal Governo Prodi che verranno senz’altro consolidate dal “nuovo governo”.

Ci sono cose che non si toccano, in qualsiasi genere di guerra: i bambini, le ambulanze, gli ospedali, i luoghi di culto e i pianisti.

I luoghi di culto, soprattutto in paesi dove il culto è fondante, sono obiettivi sensibili.

Sono il luogo dove le Madri lasciano i loro figli quando vanno a lavorare, dove le persone vanno a raccogliersi in preghiera per un caro ammalato o per un parente in guerra, dove chi ha comprato un biglietto della lotteria va a chiedere ad un Dio giocherellone di fargliela vincere.

Io voglio che finisca. Ma davvero lo voglio.

La volta scorsa era stato un matto ebreo a dare fuoco alle Sinagoghe: si credeva il Messia.

Credo che questa volta si tratti di qualcosa di diverso. E non mi piace.

La polizia israeliana dice che i danni non sono ingenti. Per me invece lo sono. Perché colpire il sentimento profondo di un credente è un danno incalcolabile. Come uccidere un bambino.

Dacia Valent

Dichiarazione programmatica n° 1

Black fist

 

Ancora una volta sulla breccia, ancora una volta o chiuderete il varco del muro coi vostri morti.

In tempo di pace nulla si adatta meglio all'uomo che un contegno umile e dimesso.

Ma quando lo squillo della guerra risuona all'orecchio si prenda a modello il contegno della tigre.

Fate appello al vostro sangue freddo, mutate la benevolenza in furore, sbarrate l'occhio che incuta spavento.”

E ancora:

Soffia vento, vieni naufragio: almeno morremo senza più il giogo sulle nostre spalle.”

Shakespeare, quasi sempre, lo dice meglio di Lenin.

Dacia Valent

Gli agnelli di Yahvè

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Musaab di un anno, Salah, di 4, Hana di 5, Rudeina di 6.

Si tratta di 4 pericolosi terroristi palestinesi, uccisi mentre facevano colazione a casa loro, nel Lager israeliano di Beit Hanoun.

Tipica vittima israelianaMa sono morti per assicurare l’esistenza dello Stato d’Israele, il loro sacrificio è valso a consentire che vi siano delle brave bambine ebree che possano continuare a firmare quelle bombe e missili che vengono sganciati su di loro.

Ciascuna delle tre religioni monoteiste ha una sua visione dell’agnello di Dio.

I cattolici romani lo hanno sostituito con l’abbacchio a scottadito, i musulmani fanno la loro tradizionale (e per certuni scandalosa) mattanza subito prima della Festa di Abramo.

Gli ebrei no. E non dico solo quelli d’Israele, ma anche quelli della diaspora, e tutte le persone a loro assimilabili, dalla destra evangelica americana all’estrema destra antislamica mondiale fino alla destricciuola italiana.

Gli agnelli di Dio sono sempre gli stessi.

Li allevano all’aperto, a Gaza e in Cisgiordania, sono agnelli certificati, venuti su ruspanti, cresciuti spesso all’aperto, soprattutto quando l’attento allevatore butta giù le loro case con le ruspe o magari in qualche bombardamento.

L’allevamento di “agnelli di Dio” frutta all’allevatore molte altre entrate, infatti, esiste un detto degli ebrei sionisti che spiega molto bene "l'animo che li anima": del palestinese non si butta via niente.

Le prove?

Possono fungere da manodopera a basso costo e scarsamente sindacalizzata (vorrei vedere i compagni della FIOM organizzarsi nelle interminabili code ai check-point).

Sono perfette cavie per esperimenti sociali, scientifici o di guerra.

Gli si può fare tutto, perché sono vittima del “popolo vittima” per eccellenza. Più delle centinaia di milioni di africani - tra sfruttati, uccisi, comprati e venduti - durante le epopee dello schiavismo e del colonialismo. Più degli armeni, più dei Tutsi, più dei tibetani, più di ogni altro popolo.

E solo perché siamo stati cresciuti (parlo della mia generazione) a Vegemite e Olocausto. Film, libri, fotografie, convegni, bombardamenti giusti e magari - non ne sono sicura, ma certo esisteranno - anche le “figurine panini dell’orrore”.

Posso confessare una cosa?

Mi rendo conto dell’inutilità di scrivere di questo ennesimo eccidio su un piccolo blog da 2.000 visite giornaliere. Ma lo faccio, perché devo, davvero devo, farlo.

E ve lo chiedo, a voi, i teorici de “ilgenocidio   - palestinese  - non  - esiste”: eccidio + eccidio + eccidio alla fine non potrebbe dare come risultato genocidio? Oppure la genialata di uccidere i palestinesi pochi alla volta, lentamente ma inesorabilmente, alla fine paga?

Mi accorgo alla fine, che l’unica maniera per cui questa “cosa” possa finire è che non rimanga più in piedi un solo palestinese - musulmano o cristiano che sia - vivo e in piedi (o che non rimanga un solo israeliano - ebreo, musulmano o cristiano che sia - vivo e in piedi).

Tuttavia augurarmi l’estinzione di uno di questi due popoli - che potrebbero vivere insieme in un unico stato, adorando un unico Dio e mangiando degli stessi frutti della stessa terra - non fa per me.

Non si tratta di razza, non si tratta di religione. Si tratta di avere pietà, si tratta di dire basta. E qualcuno deve dirlo, prima che sia troppo tardi.

Ma, nel frattempo, i palestinesi sono sempre lì. I buoni e bravi ebrei sionisti li hanno sempre sotto mano quando hanno bisogno di fare un sacrificio per la maggior gloria di un Dio di cui faremmo francamente a meno.

E, pensate, non c’è nemmeno un’associazione animalista - di quelle che spuntato ad ogni Eid - che li difenda, questi “Agnelli di Yahvè”.

Dacia Valent

Il Partigiano Nero: la storia di Giorgio Marincola, Medaglia d'Oro della Resistenza

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Resistenza al sole Oggi voglio raccontarvi di Giorgio Marincola, il partigiano più sconosciuto della lotta di liberazione, quello di cui nessuno parla, quello che abbiamo dimenticato, come vogliono farci dimenticare i motivi di quella lotta, che oggi più che mai sono diventati attuali.

Vi racconterò una storia reale, ma che sembra una favola.

Vi racconterò della bellissima vita e della splendida morte di un ragazzo che ha creduto e che non ha mai ceduto.

Il padre di Giorgio arriva a Mogadiscio da soldato, da conquistatore coloniale, da agente dell'impero italiano. L’aria è tesa. Esistono leggi che impediscono il mescolamento con gli autoctoni, considerati razza inferiore, ma lui si innamora - ricambiato - di una bellissima ragazza somala, la sig.ra Askhiro.

Convivono tra mille difficoltà: lei è emarginata dai somali in quanto considerata una collaborazionista, lui è costretto a far passare questa relazione per una cosa quasi oscena con i commilitoni, per non passare guai.

Nel frattempo nascono Giorgio ed Isabella. Loro si sposano con una cerimonia musulmana, per proteggere lei, e lui riconosce entrambi i bambini.

Alla fine deve tornare in patria.

La madre è costretta ad un addio struggente ai suoi figli, perché se rimanessero in Somalia le verrebbero sottratti e cresciuti in un orfanotrofio caserma gestito da suore, con un altissimo tasso di mortalità, perché in quanto figli - ancorché "bastardi" - di un italiano non potrebbero essere cresciuti da una donna somala, "inferiore alla razza italiana", e decide quindi di rinunciare a loro sperando che abbiano una vita forse migliore con il loro padre italiano

Il padre di Giorgio si risposa "regolarmente" con una donna italiana. La donna ottiene che Giorgio venga mandato a crescere con la famiglia del padre in Calabria e tiene la bambina per educarla come serva.

Non riuscendovi, perché Isabella è sempre stata una donna orgogliosa e fortissima, niente è riuscita a piegarla: ha dato vita a una generazione di italiani neri che sono e saranno l'orgoglio di questo paese. Sangue somalo, non ce n'è di uguale sulla terra. Una donna meravigliosa, che mi ricorda Madre, ogni volta che la sento.

La bambina soffre molto, e il padre – pur amandoli a modo suo – delega tutto alla moglie ed è assente. Hanno altri figli e la piccola Isabella cresce come Cenerentola.

Il padre decide un giorno – visti gli ottimi risultati conseguiti a scuola in Calabria da Giorgio - di riprenderlo con se a Roma, lo iscrive a scuola, dove il ragazzo si distingue per il profitto. È praticamente l’unico nero in una città di soli bianchi, e ciò lo sprona a fare di più.

Eccelle sia nelle materie di studio sia in educazione fisica. Diventa un protetto di Pilo Albertelli, noto antifascista cattolico, che infiamma la sua giovane mente e lo forgia alla lotta e all’amore per la libertà e la patria.

Giorgio si iscrive a Medicina dove da regolarmente gli esami, e sogna di diventare specialista in malattie tropicali e di tornare in Somalia. Da sua Madre.

Nell’ottobre del 1943 assiste impotente al rastrellamento degli ebrei nel ghetto di Roma. Quella sera stessa chiede ad Albertelli di farlo entrare in azione. Albertelli lo accontenta immediatamente, aggregandolo al gruppo partigiano della Zona Parioli.

Compie molte missioni. È un bel ragazzo, è innamorato di una giovane comunista che fa la staffetta per i partigiani. Una storia d’amore complicata dalla differenza di razza, in un paese che lo vede letteralmente come un alieno. Ma la storia continua. Fino a via Rasella. Lei viene catturata. Viene uccisa - alle Fosse Ardeatine - con centinaia di altri, tra cui Pilo Albertelli che è stato per Giorgio il padre che non ha avuto nell’infanzia.

In un solo colpo muoiono due tra le persone più importanti per lui.

A questo punto qualcosa dentro di lui si trasforma. È diventato anche un fatto personale, oltreché politico.

Parte per un campo d’addestramento alleato, a Fasano, dove conosce altri che faranno - nel bene e nel male - la storia del paese.

Ha un rapporto molto conflittuale con Edgardo Sogno, che non riesce a farsi andare giù che quel ragazzo “mulatto” (come lo definirà nei suoi libri, senza mai citare il suo nome, perché era "solo un mulatto") sia un così valido elemento.

Ad agosto, insieme a Sogno e agli altri viene paracadutato nel biellese.

Compie svariate operazioni di sabotaggio, la distruzione di un ponte della ferrovia, alcuni blitz per liberare ostaggi e prigionieri. Viene ferito più volte.

Il suo nome diventa leggenda, lo guardano ormai tutti con rispetto e diventa il ricercato numero uno. La sua stessa esistenza è un insulto per il Terzo Reich. Il comandante SS del distretto di Biella l’ha messo al primo posto della lista dei ricercati, ma nessuno lo “vende”, perché è ormai uno dei simboli della Resistenza.

Il 7 di gennaio del 1945 viene catturato dopo un terribile scontro a fuoco. I suoi compagni tentano disperatamente di liberarlo, ma per i tedeschi è importante usarlo contro la Resistenza. E quindi viene trasferito in segreto a Torino dove viene torturato, al fine di spezzarlo.

Gli viene proposto di fare un’intervista a Radio Baiva, una radio fascista torinese. In cambio smetteranno di torturarlo.

Lui accetta. Viene lasciato a terra, malconcio e sanguinante, e i tedeschi ridono: pensano di averlo piegato.

Il mattino successivo lo portano alla radio.

Gli chiedono come mai si sia messo a combattere coi "terroristi". Lui dovrebbe rispondere con un'abiura, condita di calunnie e accuse nei confronti dei partigiani, invece disobbedisce: "Sento la patria - dichiara - come una cultura e un sentimento di libertà, non come un colore qualsiasi sulla carta geografica… La patria non è identificabile con dittature simili a quella fascista. Patria significa libertà e giustizia per i Popoli del Mondo. Per questo combatto gli oppressori…”

Radio Londra riporterà l'intervista, interrotta dal rumore di botte e sedie ribaltate.

Nella sede del comando della Gestapo, il comandante prende il telefono e ordina il suo immediato trasferimento al Lager di Bolzano. Ordina di non farlo morire facilmente, ma di farlo soffrire.

Durante la prigionia, pur soffrendo moltissimo, diventa un punto di riferimento per tutti.

Il 30 aprile del 1945 il campo viene liberato dagli alleati, che offrono a tutti la possibilità di rifugiarsi in Svizzera. Giorgio rifiuta. Rimangono ancora lembi della patria occupati dai nazisti e decide quindi di unirsi ai partigiani in Val di Fiemme.

Verrà ucciso il 4 maggio 1945, mentre sta effettuando un controllo su un camion di nazisti che esibisce la bandiera bianca. Vedono un partigiano nero e questo è troppo. Lo uccidono. 10 giorni dopo la liberazione.

Lui muore. Aveva 22 anni. Ed era bellissimo. Ed è Nero.

Ed è Medaglia d’Oro della Resistenza, con queste motivazioni: "Giovane studente universitario, subito dopo l'armistizio partecipava alla lotta di liberazione, molto distinguendosi nelle formazioni clandestine romane, per decisione e per capacità. Desideroso di continuare la lotta entrava a far parte di una missione militare e nell'agosto 1944 veniva paracadutato nel Biellese. Rendeva preziosi servizi nel campo organizzativo ed in quello informativo ed in numerosi scontri a fuoco dimostrava ferma decisione e leggendario coraggio, riportando ferite. Caduto in mani nemiche e costretto a parlare per propaganda alla radio, per quanto dovesse aspettarsi rappresaglie estreme, con fermo cuore coglieva occasione per esaltare la fedeltà al legittimo governo. Dopo dura prigionia, liberato da una missione alleata, rifiutava porsi in salvo attraverso la Svizzera e preferiva impugnare le armi insieme ai partigiani trentini. Cadeva da prode in uno scontro con le SS germaniche quando la lotta per la libertà era ormai vittoriosamente conclusa"

Dacia Valent

De le cose da fare, de le cose a cui pensare - 4° puntata: Da che parte stare?

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LeninadeContinuare a confondere riformismo con "peggiorismo" è un errore crasso a cui si deve porre rimedio.

Perché il riformismo non si limita - come ormai ci hanno fatto credere - a "riformare le leggi" in peius [dallo Statuto dei Lavoratori stravolto dalla Legge 30 fino alla libera scelta delle donne - nell'ambito della maternità scelta consapevolmente - che corre seriamente il rischio di uno "stupro legislativo" con le proposte di "riforma" della 194].

Il riformismo va oltre la piccola visuale dei riformisti italiani: dvrebbe essere - in qualche maniera - una visione.

Voglio però ribadire un concetto, se mai fosse necessario: essere di sinistra ed essere marxista non si riduce alla mera cristallizzazione astorica di precetti e regole metodologiche, attuali solo in un determinato contesto storico o rispondenti alle opportunità variabili delle argomentazioni polemiche in lotte interne alle proprie organizzazioni.

Convertire l’opera di Lenin in un semplice arsenale di citazioni e argomenti di polemica interna ostacola radicalmente la concettualizzazione del pensiero leninista, trasformandolo di fatto in un desolante pragmatismo ideologico: considerando la complessità e la diversità delle situazioni che ebbe ad affrontare durante il percorso della sua opera teorica, ve ne sono per tutti i gusti. Anche per i peggiori.

L’idea cruciale di Marx - quella che è alla base della distinzione tra socialismo e riformismo – che Lenin sviluppò fino alle ultime conseguenze [sul piano dell’elaborazione teorica e della costruzione organica del partito rivoluzionario] era che la classe lavoratrice, per la propria situazione sociale non è in condizione di superare - da sola e per se stessa - i limiti dell’economismo sindacale e del riformismo economico; che la classe lavoratrice, da sola e per se stessa, non è in condizioni di elaborare la missione egemonica del suo compito storico.

Da qui la necessità di costruire i partiti rivoluzionari di avanguardia, che non sono mai stati - non sono e non saranno mai - formazioni spontanee della classe lavoratrice.

Dai Manoscritti economico-filosofici del 1844 ai Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica di Marx, fino ai saggi fondamentali di Lenin, si può vedere lo sviluppo di questa idea, che continuo pervicacemente a definire cruciale, posta prima da una prospettiva filosofica globale, verificata operativamente - più tardi - nell’analisi economica e sociale che orientò il lavoro politico della costruzione del partito bolscevico.

Il fatto è che la classe lavoratrice si trova, oggettivamente, in una situazione molto peculiare, inedita nella storia dell’umanità: come classe, non finisce mai di costituirsi, è sempre in fase costitutiva o di scioglimento. Ha una configurazione interna essenzialmente dinamica, fondata sulla contraddizione permanente fra i suoi interessi e la situazione di classe.

Come classe non esiste da sola, non smette di essere oggetto storico, convertendosi in soggetto attore della storia solo quando finalmente elabora la propria coscienza di classe che è, bizzarramente simultaneamente, coscienza della necessità della sua autosoppressione come ceto, attraverso la liquidazione di tutta la società di classe.

Ma a questa coscienza egemonica di classe non può arrivarci da sola e basterebbe l’esperienza storica della classe operaia statunitense, una delle meglio organizzate sul terreno della mera autodifesa economica, della mera associazione riformista, per capire l’operatività reale di una simile tesi teorica a proposito della classe lavoratrice.

Quando in questa non funzionarono gli strumenti della sua presa di coscienza [della sua costituzione in classe con vocazione egemonica], strumenti che, ripeto, non si creano spontaneamente ma che si costruiscono, la tendenza riformista (permanente, inevitabile, sempre rinascente) nella misura in cui significa strutturazione integratrice delle migliorie e delle conquiste parziali - naturalmente dentro il sistema capitalista così come è, globalizzatore e radicalmente messo in contraddizione - risolve da un lato a livello ideologico [anche se in maniera transitoria ed alienante] e dall’altro a livello materiale, con la partecipazione delle masse lavoratrici in forma progressivamente più ampia al mercato imperialista dei beni di consumo, la contraddizione interna fondamentale della classe operaia.

Perché, ed è facilmente intuibile, la classe lavoratrice può solo mantenersi e svilupparsi, come classe, mantenendo e sviluppando la società dello sfruttamento della quale fa parte e per elevarsi al ruolo di classe egemonica ha bisogno di negare costantemente le sue conquiste, i suoi propri obbiettivi parziali, ribassandoli costantemente in funzione di un processo strategico rivoluzionario in cui i risultati (e le conseguenze materiali), ad oggi, nei paesi in cui questo progetto ha trionfato, sono quantomeno discutibili.

Questo focus sul riformismo come movimento interno, spontaneo, della classe operaia, non come qualcosa di imposto dal di fuori, è sempre stata una costante del pensiero marxista classico e critico.

Tuttavia né a Rosa Luxembourg, né a Lenin è mai venuto in mente che il riformismo fosse una malevola invenzione di Bernstein e Kautsky, ma hanno sempre considerato che questi ultimi non avessero fatto altro che teorizzare, e generalizzare, una prassi riformista già profusamente estesa e radicata nel movimento operaio dei paesi del capitalismo avanzato.

La loro polemica aveva un obiettivo principale, che andava oltre la squalificazione teorica di entrambi i dirigenti riformisti: opporre allo sviluppo delle correnti riformiste nella classe operaia la concezione egemonica della sua missione, opporre allo “smidollamento” dei grandi partiti operai riformisti un nucleo rivoluzionario che potesse convertirsi nel catalizzatore di detta visione egemonica.

Successivamente, ed a partire dalla cristallizzazione del monolitismo ideologico, nella diminutio burocratica del movimento comunista – l’epoca che alcuni definiscono della “dittatura della segreteria” e altri del “culto della personalità”, ma che è ancora da studiare in forma sistemica seria - questa visione del riformismo e della necessaria lotta contro lo stesso, che troviamo nella letteratura marxista classica, smise di predominare.

Questo ha avuto gravi conseguenze teoriche, tra le quali l’abbandono quasi totale da parte degli intellettuali marxisti, o di tale formazione, quelli che una volta si chiamavano “ortodossi” e oggi si chiamano “Caruso”, dell’analisi globale, filosofica e socioeconomica della classe operaia (e del suo sviluppo storico/sociale) come categoria storica fondamentale.

Analisi che si è smesso di abbordare nel suo insieme dalla Storia e coscienza di classe di Lukács. Dalle fabbriche ai call centre, dalle campagne al terziario, dai manovali ai medici specializzandi sfruttati. Il proletariato evolve, così come devono evolvere i comunisti e i socialisti.

Senza parlare delle gravi conseguenze politiche, tra le quali la deriva del riformismo socialdemocratico verso quello che oserei definire il “socialfascismo”, con le sue conseguenti ripercussioni tattiche, spesso drammatiche per il movimento dei lavoratori nel suo insieme.

Facciamo che per ora mi fermo qui, ma – e questa è una minaccia – mi piacerebbe abbordare con voi la questione dello sviluppo storico sociale della classe operaia, o almeno quello raggiunto in Europa e quello raggiunto (o non raggiunto) nei paesi relegati al mero ruolo di fornitori di materie prime e manodopera a basso costo.

Da domani riparlo di negracci, musulcattivi, operazioni umanitarie di pace armata, donnacce ed affini, varie, attuali ed eventuali.

Dacia Valent