Africa

Ciao Mama

È morta Miriam Makeba.

È un po’ come Rosa Parks. Quando muore qualcuno che conosci e con cui hai condiviso battaglie o che ti è stata maestra o maestro di vita, ti resta una specie di vuoto spaventoso dentro.

The Black House

 

Io benedico la destra cialtrona che ci governa.

Oh, si li benedico.

Benedico quelli che ammazzano i Neri per strada come fossero mosche.

Benedico quelli che fanno le retate etniche e poi rinchiudono le persone in campi di concentramento e di detenzione amministrativa.

Italiani di merda, Italiani bastardi

Pagina oscurata in esecuzione del procedimento Penale nr. 39789/09 R.G. Noti - Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma

Aperta la stagione di caccia

Termoli

UPDATE (da un commento di Hidden Side, che mi corregge sulla questione dei bambini scomparsi)

Occhio Iaia sui numeri dei bambini scomparsi.

Non sono quelli! I bambini scomparsi in Italia sono nell'ordine della decina in un decennio.

Queste notizie vengono amplificate ad arte, anche da siti come quello che segnali per avvallare politiche razziste di sottrazione dei minori da parte dello stato alle famiglie di provenienza.

Vedrai che questo fenomeno sarà in crescita esasperata nei prossimi mesi ad opera di un finto "umanitarismo" portato dai bei visetti della Garfagna ed, a Roma, della Belviso, almeno a Milano c'è De Corato che bello non è.

I numeri veri, e sono pure di fonte istituzionale, li trovi qui:

PDF del Ministero dell'Interno vedi pagina 7.

E li trovi pure sul sito della polizia

Che ha modificato la pagina ... guarda caso ... prima spiegava il numero degli scomparsi di etnia Rom.

Erano quei ragazzini che portati nei centri di accoglienza perché arrestati per strada scappavano per ricongiungersi alle famiglie e si davano alla macchia rispetto allo stato.

 
Oddio, a me la gente piace.

Lo dico sul serio.

Cioè, mi sta sulle palle quando vota male, quando spara agli immigrati, quando inveisce contro le prostitute che si sono scopati il giorno prima, quando condanna l’orientamento sessuale di molti per nascondere le proprie reali pulsioni, che soddisfa in macchina con minorenni immigrati.

Per il resto del tempo mi sta simpatica, la gente.

A Padova sparano pallini di piombo e plastica sui Neri, non importa se prostitute o studenti universitari, mentre a Genova li picchiano selvaggiamente insultandoli. A Termoli i vigili “urbani” [?] linciano un immigrato del Bangladesh.

I morti nel canale di Sicilia sono decine al giorno ormai e nella sola Lampedusa ci sono circa 700 minori non accompagnati. E in Italia, sono scomparsi nel nulla, negli ultimi tre anni, 1.903 minori stranieri.

Un Termolipartito di governo chiama alla marcia su Roma e all’assedio del Parlamento. Il partito all’opposizione ne invita gli esponenti per applaudirli, sperando forse in un ribaltone bis, impossibile considerati i numeri.

La maggioranza di governo presenterà (e approverà) una legge che sottopone l’apertura dei luoghi di culto musulmani al referendum della città dove dovrebbero essere aperti, all’assenza di minareto [che è essenziale perché una Moschea venga considerata tale), alle prediche in italiano [quando la maggioranza delle persone musulmane l’unico italiano che sanno si limita a un “Subito capo”, “Ti prego polizia non picchiare me”, “Quanto vuoi per farmi il soggiorno”].

Ecco, nell’ambito dell’esercizio della mia libertà d’espressione, posso dire che questo è un paese di merda? E che i suoi cittadini hanno la stessa contezza di sé e della storia delle mosche che si posano sulla merda?

Leggetevi questo splendido pezzo del Daniele Sensi. Anzi, leggetelo e rileggetelo, per favore. Questo signore è la prova vivente che la memoria non è un optional. E di questo, molti, un giorno lo ringrazieranno. Io lo faccio oggi.

Io vado a dormire, che ho finito le sigarette e senza non vale la pena rimanere svegli, come direbbe il Zeno.

Dacia Valent

Pubblicità regresso

Bella discussione tra i due “eterni contendenti”, nel senso che ogni tanto Miguel scrive e alla Rosalux salta la mosca al naso e risponde, come al solito un po’ à côté, ma a lei si perdona quasi tutto, anche il leggere in “diagonale” e rispondere in "perpendicolare".

Oggetto del contendere? Possono i cosiddetti “migranti” essere considerati un popolo di consumatori, alla stregua dei loro colleghi/aguzzini/amici “autoctoni”?

Provo a dire la mia, e lo faccio sul mio blog, per evitare ai miei poveri aminemici di vedersi trolleggiare i rispettivi blog dalla banda di dementi che ogni volta che legge il mio nome sbava e si scompone, facendo la cacchina ovunque.

In realtà il pezzo di Miguel parla di tutt’altro, ma si sa che le discussioni nei commenti del Martinez hanno (grazie a Dio) vita propria, e dipendono molto dalle sensibilità di chi vi scrive e le rende uno dei migliori salotti della sinistra internettara.

Miguel approccia molto sottilmente, ma bisogna saperlo leggere il mio Big Brother, la questione di quanto possa essere frustrante per le minoranze un’integrazione che li preveda non come protagonisti ma come semplici target o strumenti per accattivarsi il target.

Miguel accenna a quella che alcuni di noi definiscono la strutturalità del ghetto, quando porge con la consueta pacata passione a tutti noi lo scandalo dell’etnicizzazione dello sfruttamento. Non a caso cita due esempi di gruppi sociali deboli [bambini e immigrati], valutate positivamente solo in base alla loro incapacità di difendersi [i bambini] e della loro incapacità di decidere [gli immigrati].

Si potrebbe dire che l’essere presi in considerazione come target dalle aziende sia un indicatore di integrazione, anche se forzata e forzosa, come sostiene Rosalux. Va però detto che essere considerati un gregge da tosare, magari da sgozzare ogni tanto, suppongo non procuri alcun godimento alle pecore e non dovrebbe far piacere nemmeno alle persone umane.

Certo, nulla di nuovo sotto il sole dell’impero: il popolo ha smesso di essere popolo per diventare “consumatore” e i cittadini hanno smesso di essere cittadini per diventare “telespettatori”. Perché i négher, i nomadi, i muslimmi, le troie e i froci dovrebbero essere un capitolo a parte? Consumano anche loro, e quindi vanno adeguatamente indottrinati.

Mentre nel caso degli autoctoni il processo si è sviluppato in anni di “educazione” alla diseducazione, mimetizzandosi tra mille altri processi altrettanto stronzi, questa volta abbiamo un posto in prima fila per vedere come la cosa si è sviluppata, dato che si sta facendo a passi velocissimi, su un microcosmo ben determinato, che vive sotto la lente d’ingrandimento.

In quanto tempo, ci chiediamo, queste persone che vengono da paesi dove a malapena c’è l’elettricità al di fuori delle megalopoli che quasi sempre toccano solo come prima tappa verso l’ignoto, dove le carte di credito sono delle emerite sconosciute, che non comprano i pelati preferendo i più conservabili concentrati di pomidoro pur avendo un frigorifero, che si attaccano alle piccole cose come vestiti, veli e lingua materna per non perdere il legame con la terra che hanno dovuto abbandonare in questa terra che li rifiuta.

Dire che l’immigrato è una vacca da mungere, costituirebbe un uso sconsiderato di una pietosa circonlocuzione. Lo sapete anche voi, vengono spremuti fin dalla decisione di partire, di tentare la fortuna. C’è chi viene spremuto nelle nostre ambasciate, chi invece dai passeurs di ogni forma e colore.

Una volta arrivati qui, diventano carne da macello nelle mani di associazioni “benevole” e “no-profit”, che mentre le loro consorelle in altri paesi fanno del bene qui invece gestiscono campi di concentramento e raccolgono impronte digitali di minori in base all’appartenenza razziale, come la Croce Rossa o la Caritas.

Ma poi ci sono anche i caporali, le famiglie con anziano/a rompicoglioni e cagasotto a carico, i cantieri insicuri, i cessi da pulire, le cucine dei ristoranti, le corsie degli ospedali a svuotare padelle, la strada, i sedili delle macchine di passaggio.

E poi, se tutto va bene e hai uno straccio di permesso di soggiorno, cominci a pagare le tasse senza poter decidere come questi soldi verranno spesi, senza poter discutere quando quei soldi saranno spesi proprio contro di te e la tua famiglia.

Io sono sempre stata contraria all’integrazione eterodiretta. Quella che ti dice come e dove integrarti, non concedendoti lo spazio per farlo, perché potresti portare via un posto di lavoro, un posto in ospedale e financo un posto auto al figlio obeso, puzzone e cretino dell’Italia beluscobossiana.

Ritengo molto più onesta l’integrazione degli immigrati del West Africa nel Casertano, che hanno in molti campi sostituito la camorra. Hanno conquistato il loro spazio e sono – anche se in negativo – un esempio vincente per il resto delle minoranze etniche: capacità, caparbietà e attitudini imprenditoriali che nulla hanno da invidiare alla Confindustria.

Oppure le prostitute africane, che dopo 5 o 6 anni di strada, finalmente affrancate dalla “tassa d’ingresso”, avviano alla professione amiche, cugine e sorelle, portandole in Italia a scopare i virgulti di una società destinata alla scomparsa, e con quei soldi costruiscono case in Nigeria e piccoli laboratori in Liberia e negozietti in Ghana e pagano le scuole ai loro fratelli e sorelle e i medicinali ai loro vecchi.

Oppure i lavavetri, con il loro circuito di collocamento di quelli che “ce la fanno”, e che lasciano il posto all’ultimo arrivato, che si deve fare le ossa per poter trattare con questi coglioni.

Certo, mi piacerebbe avere altri esempi, ma francamente non ditemi che le cooperative di pulizie e le maggioranze operaie nere o musulmane che eleggono – stranamente – solo delegati sindacali bianchi e cristiani, siano un esempio di integrazione da portare ai nostri figli. No, davvero, ditemelo che oggi xe una giornata no, e go voja de ridere.

I camorristi, i lavavetri e le puttane esotici sono un esempio dell’imprenditoria etnica di successo. L’unica consentita in questo paese.

Ogni possibilità autogenerata di costituire una middle class, una classe di consumatori se volete, è preclusa alle minoranze dalle leggi e dalle consuetudini di questo paese, governato da gente bizzarra, la cui opposizione è ancora più strampalata.

Relegati al lavoro nei campi e nelle officine, alla cura della popolazione, dal pagamento delle tasse al tentativo di annullare la propria presenza per non “farsi beccare”, alle mille difficoltà burocratiche che sregolano la vita delle famiglie immigrate in Italia e dei loro italianissimi figli, al controllo assillante di ogni dettaglio, all’uso ossessivo del termine sicurezza, ci tocca prendere serenamente [e pacatamente?] atto che questo paese ha una colonia interna che produce ricchezza ma non può goderne.

Provate a pensarci un po’ su: non possiamo fare nulla che non finisca nel mirino di qualche politicante di periferia o qualche magistrato in cerca di notorietà.

Se aprono un centro di telefonia, finiranno nel prossimo pattuglione etnico che per stroncare il “terrorismo internazionale” se la prende col piccolo imprenditore che ha messo tutta la sua vita in  4 cabine telefoniche, un adsl e 4 computer.

Oppure se una delle decine di donne che vengono stuprate in Italia venisse violentata da un immigrato, magari un nomade bosniaco clandestino e musulmano per la gioia dei nostri media, il negozietto bengalese o indiano verrà distrutto da una folla di altri potenziali consumatori, come successo al Pigneto. Insomma, siamo anche il "target" di un altro target, e non nel senso markettaro del termine.

Anche l’esclusione dei musulmani e delle musulmane da una qualsiasi forma di intesa con lo stato li rende dipendenti dalla “finanza creativa” che quando la fa Tremonti ci incazziamo solo noi, ma quando la fa l’Imam di Subiaco gli si mandano i militari a scortarlo al primo aeroporto disponibile.

In effetti non si tratta di avere un call centre o un “deli”, o mettere su una cooperativa di pulizie. Si tratta di avere il controllo della propria imprenditoria, attraverso meccanismi di mercato che – come nel resto del mondo – prescindano dall’etnia e dalla religione dell’imprenditore.

Si tratta dell’esclusione dai benefici: questo paese ti impedisce di essere imprenditore di te stesso ed essere un esempio positivo per la comunità, a meno che tu non ti metta in ginocchio e non svenda la tua gente, e chiunque lucri sulla tua presenza - dalle Onlus agli etnopubblicitari - non è tenuto a reinvestire parte dei profitti in benefits per la comunità, come invece succede in altri paesi, molto più decenti del nostro.

Quello che però non capisco è come mai, a questi geni del marketing, non sia venuto in mente che gli immigrati hanno lo stesso accesso alle pubblicità televisive, radiofoniche e su carta patinata, e gli stessi desideri del consumatore medio (pur non avendo lo stesso accesso al credito),, che per contattarli basterebbe affidarsi al circuito delle Moschee, dei Deli e dei Call Centre.

Solo che per targetizzarli dovrebbero contenderli a chi di loro ha già fatto il proprio target privilegiato, tra manganelli, retate ed espulsioni: il Ministero dell’Interno.

Dacia Valent

Storia banale di vecchi, negri e giudici

Ryan e Leo GerthHo sempre detestato il giustizialismo.

Forse perché ci sono cresciuta in quel clima: 7 anni nell’Argentina della dittatura militare e delle presidenze Peròn [Juan Domingo e Isabelita/Lopez Rega] costituiscono un potente vaccino.

Il giustizialismo è una facile scorciatoia per non parlare di problemi sociali, e soprattutto per non trovarvi soluzioni decenti, soluzioni umane.

Negli ultimi quattro giorni, a Napoli, abbiamo vissuto giornate di passione. Di cui nessun blogger di Kilombo ha scritto.

Duecento persone sono state sgomberate da una palazzina fatiscente a Pianura, dopo uno strano incendio. Cento di loro bianchi e cattolici, cento invece neri e musulmani.

Dei cento bianchi si è occupato un assessore della giunta di sinistra, trovando loro un’immediata sistemazione. Dei cento neri è stato - invece - incaricato un altro assessore [apartheid?], che - guarda caso - non è riuscito a trovare loro una sistemazione a causa delle barricate del “popolo” napoletano, guidato da un consigliere di Forza Nuova passato a Forza Italia.

Ieri hanno occupato il Duomo di Napoli, hanno condotto una battaglia che ha visto tre dei loro massacrati di botte dalla polizia e poi rilasciati e una sistemazione provvisoria in albergo prima di trovare un’altra sistemazione per tutti. Soluzione che sarà trovata da una delle vincitrici della Mezzaluna d'Oro, Isadora D'Aimmo.

E pensate che in quella palazzina, queste duecento persone, vivevano insieme da anni, condividendo la stessa miseria, la stessa sfortuna, lo stesso sconforto.

Queste sono le cose che succedono. E sono cose che faranno male a tutti noi. Credo che la foto di Ryan e Leo Gerth, i due gemelli tedeschi nati qualche giorno fa, dia l'esatta dimensione del conflitto che ci sarà: uno sarà fermato e umiliato dalla polizia perché nero, l'altro invece vivrà una vita quasi tranquilla perché bianco.

O come la vita del piccolo Jamal, appena cominciata e già sotto le forcheJamal, Pianura - Napoli luglio 2008 caudine della "sicurezza per bianchi e cristiani", con il suo ciuccio in bocca e suo padre disteso a terra, con la dignità calpestata da 40 facinorosi che gli hanno impedito di avere una casa, perché nero, perché musulmano. Ecco, queste sono le vittime del "pacchetto sicurezza".

Ma in rete è tutto un proliferare di blogger di sinistra che ha fatto del Lodo Alfano il proprio feticcio, che si fa guidare da un gruppo di giullari che della politica fanno commercio come Beppe Grillo e Marco Travaglio.

Ma davvero secondo voi Silvio Berlusconi potrebbe essere arrestato e tradotto nelle patrie galere senza questo provvedimento?

Lasciamo stare il fatto che ormai tutti questi procedimenti volgono alla fine - in quasi tutti i casi - della sola prima istanza. Il che darebbe al Presdelcons il tempo di crogiolarsi nell’appello, e quindi attendere la cassazione.

Il che presuppone almeno una decina di anni.

Vorrei vedere un giudice qualunque costringere un ultraottantenne, condannato per reati da colletto bianco, a passare i suoi ultimi minuti in un carcere.

Vero invece è che abbiamo una magistratura sovrappagata per il poco lavoro che svolge, nella più totale impunità.

Vero è che abbiamo un sistema giudiziario al collasso perché abbiamo giudici fighetti, troppo occupati a costruirsi carriere mediatiche piuttosto che seguire i processi.

Vero è che l’obbligatorietà dell’azione penale va messa in discussione, anzi dovrebbe essere oggetto di modifica costituzionale.

Vero è che le carriere dovrebbero essere separate, tra inquirenti e giudicanti. E che il ruolo dell'inquirente dovrebbe essere sottoposto alla verifica popolare a livello locale.

Vero è che il CSM dovrebbe subire modifiche radicali e diventare un reale organo di controllo e non un paravento per nascondere le carne cadenti di un sistema allo sfascio.

Vero è che i difensori dovrebbero avere accesso alle stesse risorse degli inquirenti, o esserne messi al corrente prima dei processi e non durante.

Vero è anche che il costo del ricorso alla giustizia - sia quella penale ma soprattutto quella civile - dovrebbe essere commisurato al reddito del ricorrente: che i ricchi paghino e che i poveri possano contare sullo stato per difendere le loro istanze, quando sopraffati dal padrone (lavoro, casa, ecc.).

Ho amiche e amici magistrati, anche compagni, che apprezzo e stimo, ma che non mi rappresentano politicamente. E non vorrei mai che lo facessero.

Non sono i codici a fare la politica, è la Politica a fare i codici e a controllare chi li applica.

Questa deriva, e cioè la delega alla magistratura della battaglia politica, mi sembra pericolosa e dannosa per qualsiasi genere di movimento. Lo capite anche voi che si tratta della resa della ragione, della bandiera bianca del pensiero critico, dell'abbandono dell'opzione rivoluzionaria?

La personalizzazione del conflitto poi, è ancora più allucinante. Io non combatto contro un uomo, io combatto contro un sistema. Un sistema di cui quest’uomo è certamente un esimio esponente, ma non il più importante. Silvio Berlusconi non è il mio nemico, è uno degli strumenti del mio nemico.

Avete mai provato a chiedervi per quale motivo siamo sempre in emergenza?

Perché nella società dell’immagine l’emergenza è funzionale al consolidamento e mantenimento della struttura di potere, che poggia sulle spalle fragili dei lavoratori, delle donne, delle minoranze etniche e religiose, dei gay, dei pensionati e dei moribondi.

La creazione di “emergenze” consente alla struttura di potere di autopromuoversi e di perpetuarsi. L’interiorizzazione psico-sociologica di una società basata su presupposti emergenziali consente alla struttura di potere di piazzare telecamere ad ogni angolo di strada, di prelevare impronte digitali, di schedarci, di umiliarci, di toglierci le libertà, la dignità, e di farci sentire più sicuri, più felici. Orwell era un profeta. Un reazionario delatore, ma un profeta.

Tutto questo con l'entusiasta collaborazione delle cosiddette opposizioni: prima Rutelli [durante il Berlusconi Ter] e oggi Casini [appoggiato dal PD] chiedono che le impronte vengano prese a tutti.

Cioè, ci rendiamo conto?

Non hanno il coraggio di dire che questa è una porcheria razzista e fascista, perché sono convinti che perderebbero il consenso di un popolaccio tricoteur, ansioso di veder rotolare la testa degli altri sotto la ghigliottina piuttosto che usare la propria per pensare.

I problemi sono altri. E se vi fate prendere in trappola così, beh, siete più scemi di quanto pensino che lo siamo tutti quanti noi.

Anzi, mi rovinate una reputazione già a pezzi ragass, vediamo di farla finita.

Sono cattiva, non sono furba, sono estremista, non sono incline ai compromessi, sono stronza, ma - purtroppo - sono intelligente.

Porca miseria.

Dacia Valent

Donne. E musulmane. E proud to be.

Amo gli Outlandish, sono bravi. Anzi, di più. Sentiteli, ma soprattutto guardate questo video, che racconta e spiega molto di noi ragazze musulmane.

Outlandish, cover di Aicha di Cheb Khaled

Dacia Valent

Dagli atrii muscosi...

Ci sono molte cose che non capisco della vita sessuale delle colleghe di figa italiane, bianche, coltivate come degli OGM in una discutibile brodaglia di coltura/cultura/incultura cristiano-occidentale: dallo scambio delle coppie a uomini e anche donne che amano vedere i loro amati scopare con altri corpi che non siano il loro, fino alla promiscuità sessuale tout court.

donna velataCredo che le relazioni sessuali occasionali siano terribili per l'autostima di chi le pratica e di chi le subisce.

Il fatto di non conoscere veramente la persona, dal mio punto di vista, ti decostruisce come essere umano e come donna, rende traumatico e frenetico il vivere con te stessa, perché l’unica maniera che hai per riconoscerti passa attraverso l’approvazione della tua patonza da parte di un soggetto altro, che nulla a che vedere con te se non per l’uso che di te ha fatto e che tu gli hai concesso di fare.

Ho sempre avuto un sacro rispetto per il mio corpo. Sempre. Entrarci non è facile. Perché ho di me una valutazione che non dipende dal giudizio di un frequentatore occasionale delle mie mucose interne, ma solo ed esclusivamente da me.

Riservare la propria bellezza e intelligenza, che non nasce né si esaurisce tra le cosce, all’uomo che senti giusto, quello che senti tuo per mille piccole cose, che vanno dall'espressione che ha sul viso quando non lo vedi, alle virgole messe al punto giusto in una mail, dalla risata calda che ti invade la testa alle mani fredde che ti abbrancano le tette, beh, è diverso.

Perché solo in questo caso senti di conoscere davvero il territorio, senti di poter appoggiare la testa sulla prateria del suo petto, di poter scalare con la lingua la cima del suo cazzo e di aprire piccoli scrigni segreti per farlo abbeverare. E - soprattutto - sai che non ti perdi, che non perdi te stessa, nel tragitto che compi barcollante tra il wine bar e la tua camera da letto.

Per questo, da donna (e non solo da donna musulmana, anzi) preferisco che la mia bellezza, se mai io fossi bella e non è detto che lo sia, esista per quello che ho scelto e a cui mi sono arresa. Non per altri.

Forse anche per questo potrei indossare il velo, se lo usassi.

Non perché il mio uomo lo voglia. Ma perché lo voglio io.

Premetto che sono una musulmana atipica. Non seguo moltissimo i precetti dell'Islam. Non prego 5 volte al giorno, non uso l’hijab, non alahamdullilaieggio a ogni piè sospinto e non mi faccio crescere la barba.

Ma una cosa mi è dentro abbastanza.

Il vestirmi cum grano salis. Non è un vizio, ma un vezzo.

Provate a vederla come la vediamo noi, femministe musulmane: per quale motivo dovremmo girare strafighe [tacchi vertiginosi, gonne cortissime, trucco e parrucco freschi di lacche e brillantanti], esibendoci per gli estranei che troviamo per strada, negli uffici, in posta, sui ponteggi, al supermercato o dovunque andiamo, così ben addobbate?

Salvo poi tornare a casa e mortificare noi e il nostro maschio, infilandoci dentro un tutone di flanella, con i bigodini, la maschera facciale all’avocado e le pantofole a muso di cane?

Non ha senso. Davvero, nessun senso.

Credo che "il" Zonker lo avesse capito, quell'occhieggiare sbarazzino di ciocche bionde, quelle risate come trilli, da sotto il burqa. C'era figa a Baghdad.

Ma non per tutti. Solo per quello giusto.

Noi donne musulmane, ma direi le donnedonne in generale, preferiamo essere sexy a casa, per il nostro uomo.

Per lui ci profumiamo con oli essenziali e ci trucchiamo affannate sperando di finire prima che ritorni. Per lui ci vestiamo e solo per lui ci svestiamo. E non dobbiamo tenere la pancia in dentro e spegnere le luci, perché lui conosce le nostre smagliature e bacia il nostro ombelico sporgente e - più di ogni altra cosa - conosce noi come noi conosciamo lui.

Scandagliare le città alla ricerca di qualcuno che ci tappi, per pochi patetici minuti, perché la stima di noi come donne - forse attraenti o ancora “funzionanti” anche se hors garantie - passa attraverso le piccole labbra, non vale una vita vissuta male, non vale la solitudine che costringe alla compulsività dell’impudico bla bla, al racconto tedioso di una vita porca e malinconica, passata ad allargare le gambe per chiunque dica di si al nostro petulante e mendicante proporci/imporci, e - lo sapete tutte e tutti - che se la si sbatte in faccia a chiunque qualche si rischia di ottenerlo.

Tradire è brutto in generale, ma tradire se stesse, raccontandosi delle storie per raccontare delle storie ai guardoni ammessi nel nostro “giardino”, è degradante.

L’essere puttana non è prendere soldi in cambio di sesso. Quelle sono lavoratrici e - a volte - commercianti di se stesse.

No.

L’essere puttana è svendere se stesse per puntellare l’indecorosa favoletta che ci si racconta di notte, quando il sonno si rifiuta di chiuderci misericordiosamente gli occhi: io sono una donna, io sono una donna libera.

Ma cosa avrebbe a che vedere un simile disastro sociale e soprattutto culturale con una qualsiasi donna self-conscious?

Da quando l’oste che ci mesce il vino, l’idraulico che sgorga ben altri tubi, lo studente brufoloso, o il succhiare piselli di fronte alle amiche di infanzia ha a che vedere con un eventuale status di donne “liberate” o donne “libere”?

Credo nulla. Ma potrei sbagliarmi.

E invece no. Molte hanno smesso di essere donne per limitarsi ad essere vagine. Spesso vagine viaggianti per farsi frustare da qualche palestrato master a Piacenza.

Non si tratta di moralismo o bigottismo, figuriamoci, magari ho scopato con pochi ragazzoni, ma ho fatto cose che voi umani…

Si tratta di rispetto di sé e di rispetto per le sorelle.

Ma non a tutte è dato di capirlo.

Forse provo invidia per chi mette a disposizione il suo corpo a chiunque, così, spensieratamente; forse pecco di troppa razionalità anche in cose che qualcuno definisce istintive come il sesso, ma per me libertà significa dire di si quando voglio io, perché voglio io e con chi voglio io.

Non mi faccio guidare dalla disperazione di chi pensa che finirà la sua vita in solitudine e di chi ha bisogno di essere manoseada, smucinata, per sentirsi voluta.

Non mi piace cacciare, né essere cacciata. Mi piace incontrare e scontrarmi.

Amo incontrare qualcuno che sa che voglio incontrarlo, amo che la persona con cui mi scontrerò sappia perché mi vede e sappia cosa voglio e cosa ho da offrire, non mi interessa irretire o sedurre leccandomi le labbra insinuante, o esibendo kilometri di epidermide. Lo faccio essendo me stessa, paura e coraggio compresi.

Noi, che scopiamo poco con gli sconosciuti e che facciamo trascorrere anni tra un uomo e l’altro, si stringe i denti e si va avanti, ché le cose da fare sono molte.

E un dito ben usato vale mille uomini che ci usano.

Voi altre, scansatevi.

Dacia Valent

Caro amico ti scrivo [meglio soli che mal accompagnati]

 

La tentazione è grande.

Dico, quella di occuparsi dell’esistente. E di “esistente” ce ne sarà parecchio, nei prossimi anni.

Dal blog di MMax

Non che non ce ne fosse anche prima, come fa notare Miguel Martinez in questo splendido pezzo: non esistono - infatti - grandi differenze tra l’approccio compagno e quello camerata ai quesiti politici, culturali, sociali ed economici che le minoranze etniche e religiose pongono al paese.

Per i camerati i negri [rom, musulmani, ebrei, gay, accattoni, ecc. ecc.] puzzano tout court. Per i compagni hanno un odore vagamente sconcertante. Ma la sostanza politica è sempre la stessa.

Non so voi, ma io ho l’esatta percezione di trovarmi in guerra.

Certo, esistono guerre e guerre. Esistono guerre di tensione, esistono guerre guerreggiate, esistono guerre monetarie e - da qualche tempo a questa parte - le guerre umanitarie sono molto gettonate.

Queste sono le guerre più “usate”.

Ma ne esistono anche di altro tipo.

Esistono nazioni e popoli che si possono permettere armi sofisticate create dall’uomo, mentre altri si devono arrangiare con le umili e nobili armi donate da Allah.

Io oggi voglio parlare di una guerra, molto meno percepita come tale come invece le altre.

Ed è la guerra dei corpi.

Quella che mette in totale crisi le “democrazie occidentali”, i loro "teorici" e i loro abitanti. Una guerra non dichiarata, spontanea e di massa, combattutta da soldati macilenti con il loro mero respirare.

Perché di corpi ce ne sono molti, moltissimi. E di "democrazie occidentali" ce ne sono poche, pochissime.

Ogni corpo che approda sulle nostre coste - e finisce a badare un nostro vecchio, crescere un nostro figlio, costruire una nostra casa, raccogliere la verdura che ci troviamo nel piatto o assistere i nostri medici come infermiere seppur laureato in medicina - è un missile intelligente che colpisce gangli vitali della struttura di potere. Perché pone questioni a chi governa (ma anche a chi è all’opposizione), questioni esplosive [a volte letteralmente], difficili da risolvere: questioni culturali, questioni sociali, questioni economiche e questioni politiche.

E una struttura di potere che si basa sul consenso delle masse [quelle proprie, per motivi elettorali e quelle altrui per motivi di prestigio internazionale], anche contando su stampa e televisione, non si può permettere di speronare delle carrette del mare, uccidendo centinaia di profughi - politici o economici, per noi marxisti la differenza non esiste - o aprire campi di concentramento per le minoranze etniche o ancora negare ad una minoranza religiosa il diritto di pregare.

Cioè, queste cose le fa tutte, ma si tratta sempre di "incidenti" o di "sicurezza" oppure di "reciprocità".

Questi corpi interrogano tutti noi sul tipo di “democrazia” di cui vogliamo fare parte. E a queste domande, ad oggi, si è data una risposta di regola repressiva e comunque emergenziale [da destra, con il pacchetto sicurezza, per esempio]. Oppure pietista o utilitarista [da sinistra, con il concetto che "vengono qui a fare i lavori che gli italiani rifiutano"].

I corpi che approdano sulle nostre coste, pongono questioni dirimenti sul tipo di democrazia di cui vogliamo fare parte. Del tipo di società di cui questi corpi, compresi il mio e il vostro, siamo entrati - volenti o nolenti, chi per nascita chi per scelta, chi per necessità - a fare parte.

Questo corpo” si pone le medesime questioni. E me le pongo perché è giusto che così sia.

E una di queste questioni la giro a Miguel. Oddio, la girerei anche ad altri, ma so che sono talmente attaccati ai loro "accessi blog" che tacerebbero.

Perché lui sostiene che destra e sinistra siano categorie che non esistono [o che ormai non servono] più, oppure che queste categorie siano funzionali al mantenimento e consolidamento della struttura di potere imperialista, e - quindi, secondo Miguel, e liberamente interpreto - per quale balzano motivo dovremmo fissare un limite alla qualità delle alleanze che si stringono per le battaglie che si conducono?

Io sono generalmente contraria al marketing della paura.

Così come mi sembra infame che Israele sia riuscita a sovrapporre i concetti/persone di “israeliano” ed “ebreo”, mi sembra altrettanto volgare e repellente che un gruppetto di gruppettari spuri - impresentabili e imbecilli - vogliano intrupparmi in una cosa che non mi pare abbia nulla a che fare con me, con la mia storia, con la mia gente.

Ed è sul marketing della paura che questa struttura di potere, che ogni struttura di potere, basa la sua presa "democratica" su qualsiasi popolaccio, sia questo nero, bianco, giallo o bruno. Paura dell'altro e paura di dire ciò che si pensa.

A me gli ebrei non fanno né caldo né freddo. Se devo mandarne a cagare uno o una truppa, lo faccio tranquillamente senza cercare eufemismi che mi mettano al riparo dalla solita vecchia accusa di antisemitismo. Franckly, I don't give a shit about it.

Non sento il bisogno di combattere gli ebrei [e nemmeno gli israeliani] in quanto tali, se non quelli che, insieme a certi arabi, socialdemocratici, evangelici, negri, antimperialisti, musulmani, donne, comunisti, anziani, gay, cattolici, fascisti, buddisti, ecc., si avvalgono di mezzi a cui le “persone normali” - mi riferisco a quelle che schiattano di fame, che muoiono alle nostre frontiere, o defungono di inedia sociopolitica nelle nostre favolistiche democrazie - non hanno alcun genere di chiave che consenta anche a loro [se non una morte cruenta per se stessi, e a volte anche per altri] di controllare la struttura di potere che fa del  male a tutti noi, al fine di trarne un vantaggio personale o corporativo.

Non mi serve vantare "amici fintoebrei" per scrivere ciò che scrivo, quando lo scrivo, sul sionismo, sul razzismo in Israele, sul colonialismo omicida nei territori illegalmente occupati. Lo scrivo perché lo penso e sono libera di farlo. Almeno per il momento.

Io non sono un partito, non ho bisogno di assicurarmi consensi, e francamente non mi va di succhiarlo al popolaccio, che è per definizione puzzone, ha i funghi ed è tutto sudato. Soprattutto quando il popolaccio è di destra su tutto eccetto che sulla Palestina, e solo perché si tratta di dare addosso ai perfidi giudei.

Non me ne frega un cazzo del popolaccio. Non me ne frega un cazzo di avere il consenso di un branco di “firmatari professionisti” alle iniziative a cui partecipo o che promuovo, non me ne frega un cazzo di coprirmi le spalle, perché lo so che verrò “uccisa” così: con un colpo alla schiena. E non lo considero un problema.

Io sono e mi sento un’avanguardia. E come tale mi comporto.

Miguel, anche io sono disponibile a discutere della Palestina, esattamente come dici tu. Ma non credo che il nostro approccio sia lo stesso; o almeno, su questa "cosa" potrebbe non esserlo più.

Non metto in dubbio la tua passione e il tuo attaccamento ai diritti delle persone umane, di ogni parte in causa, in questa “causa”. Sono convinta che tu ci tenga molto più di me [come ben sai le mie priorità sono altre e tutte molto più contingenti]. Per me sei amico, fratello e maestro.

Così come metto - invece - in dubbio l’attaccamento alla “causa della Palestina Libera” di persone che so benissimo troverei dall’altra parte della barricata quando si tratta di difendere i diritti della mia gente. Della nostra gente. Persone che si chiedono se prima di incendiare le baracche dei Rom, gli incendiari si siano accertati che non vi fosse qualche neonato all’interno. Perché? I Rom adulti possono essere cremati in vita?

La questione è che io sono sicura di non voler perdere la mia vita dietro ad un branco di cretini che appena mi giro per parare un colpo mi mollano facendo finta di essere ancora al mio fianco ma “defilati” per motivi di opportunità personale.

La mia [e solo mia per carità, non intendo appiopparla a nessuno] Palestina Libera [e spero Palestina Rossa e non religiosa, per Dio] non passa attraverso la demonizzazione di un popolo, dell'altro: è diretta contro un certo tipo di governo e contro chi lo sostiene a livello internazionale. Non mi sento a mio agio con chi mi spedisce 800mila mail al giorno per dirmi quanto malvagi siano i perfidi giudei.

Mi piace di più duellare cavallerescamente [cioé parlare, mandare e farmi mandare gentilmente a cagare, molto spesso] con MMax o con Rosalù, [a cui va la mia completa solidarietà di donna e di musulmana per il vomito che la Meretrix ha scritto su di lei] piuttosto che chiudermi in un recinto con soggetti ringhianti a senso unico, per un unico motivo.

So di essere una stronza, figurati se non lo so, convivo con me da anni e non mi sto nemmeno simpatica. Ma sono una stronza leale.

E la slealtà di una battaglia condotta con persone che se potessero mi accopperebbero perché sono - a libera scelta - albanese, lesbica, rom, negra, accattona, rumena, bisex, occupante, musulmana, donna incinta e in procinto di abortire, scioperante, o sarkazzo cosa, mi appare molto ma molto chiara.

Io voglio sapere chi mi sta a fianco. E non solo perché di quella persona devo fidarmi, perché in definitiva affido nelle sue mani (testa, cuore, tastiera, quello che è…) la vita delle mie future generazioni [ne avrei un paio, sai…].

Mi piacerebbe saperlo, perché con quella persona, con quelle persone, vorrei avere in comune argomenti che non siano solo il complotto pippo-pluto-giudaico-massonico.

Perché gli stessi che si sbracciano per la Palestina, i “nostri” cosiddetti "alleati", sono quelli che vorrebbero vedere cannoneggiati i gommoni o i container che portano qui palestinesi, kosovari, rom, iracheni, afghani, sudanesi, ma giusto perché vengono qui a rubarci il lavoro, la casa, le donne. Perché ritengono giusto battersi per loro fino a quando sono lontani - una specie di affidamento a distanza - ma quando arrivano qui, allora la cosa cambia.

E lo sai anche tu.

Per questo dico che non mi va di occuparmi dell’esistente.

Adesso è il momento di riflettere, è il momento di non stare alla finestra a guardare ciò che succede, tanto lo sappiamo benissimo quello che sta succedendo. L'abbiamo visto succedere per anni.

Ora è il momento di chiuderci nelle nostre stanze a pensare ed elaborare e costruire.

Non mi va di sdoganare ebeti politici, fascisti d'accatto conclamati e inutili idioti. Che vuoi che ti dica, questa forse è una mia perversione.

Non mi fido delle ossessioni. E i "tuoi" alleati sono ossessivi a senso unico.

E siccome io sono - invece - un’ossessiva compulsiva a tutto campo, permetterai - ancora - che non mi mescoli a chi è meno di me?

Dacia Valent

Leggi la prima parte

Killing Calderoli

 

Molti di noi si erano chiesti per quale motivo [oltre a quelli noti] Calderoli avesse indossato una maglietta chiaramente offensiva del sentimento religioso di centinaia di milioni di persone, atto che ha provocato manifestazioni e incidenti in Libia, dove 11 persone [libiche] hanno trovato la morte, proprio per questi motivi.

Beh, adesso ce lo dice lui:

GOVERNO: CALDEROLI, SPERO NESSUN PROBLEMA CON LIBIA = INCIDENTE CHIUSO, PENTITO PER T-SHIRT MA È COSA DEL PASSATO

Roma, 9 mag. (Adnkronos) - «Mi sono pentito per le conseguenze che ha determinato e per il significato diverso che è stato attribuito. Il mio era un messaggio di pace e di avvicinamento tra le religioni monoteiste, ma è stato interpretato in maniera diversa. Mi auguro che oggi non ci siano dei problemi legati ad una cosa del passato che dovrebbe essere considerata come un incidente chiuso. Oggi dobbiamo sistemare quello che è per il bene dei nostri cittadini e per il bene di tutti». Così il neoministro per la semplificazione legislativa, Roberto Calderoli, ospite di Maurizio Belpietro a “Panorama del giorno”, torna a parlare della storia delle t-shirt contro Maometto e delle polemiche da parte della Libia che, ancora nei giorni scorsi, hanno riguardato l'ipotesi che il leghista entrasse nel governo. (Pol-Leb/Col/Adnkronos)

Dopo cotanta e cotale dichiarazione, suppongo che la semplificazione legislativa secondo Calderoli sarà un colto e coraggioso pubblicare sia le leggi ad personam sia quelle contro le minoranze sulla Gazzetta Ufficiale, usando però i verbi all’infinito. Naturalmente mentre rutta e si gratta il culo. Sia maiche altrimenti siano troppo complesse per il popolaccio.

Attendiamo tutti con ansia che il nostro esperto di relazioni internazionali cinga un sospensorio con effigiata la faccia di Mugabe al fine di sciogliere il nodo della crisi nello Zimbabwe, che indossi le mutandine della sig.ra Carfagna così da risolvere il conflitto israelo-palestinese e il reggiseno della sig.ra Silvye Lubamba che sarà senz’altro decisivo nella soluzione della guerra fredda in atto tra Cina e USA.

Dacia Valent

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