Bella discussione tra i due “eterni contendenti”, nel senso che ogni tanto Miguel scrive e alla Rosalux salta la mosca al naso e risponde, come al solito un po’ à côté, ma a lei si perdona quasi tutto, anche il leggere in “diagonale” e rispondere in "perpendicolare".
Oggetto del contendere? Possono i cosiddetti “migranti” essere considerati un popolo di consumatori, alla stregua dei loro colleghi/aguzzini/amici “autoctoni”?
Provo a dire la mia, e lo faccio sul mio blog, per evitare ai miei poveri aminemici di vedersi trolleggiare i rispettivi blog dalla banda di dementi che ogni volta che legge il mio nome sbava e si scompone, facendo la cacchina ovunque.
In realtà il pezzo di Miguel parla di tutt’altro, ma si sa che le discussioni nei commenti del Martinez hanno (grazie a Dio) vita propria, e dipendono molto dalle sensibilità di chi vi scrive e le rende uno dei migliori salotti della sinistra internettara.
Miguel approccia molto sottilmente, ma bisogna saperlo leggere il mio Big Brother, la questione di quanto possa essere frustrante per le minoranze un’integrazione che li preveda non come protagonisti ma come semplici target o strumenti per accattivarsi il target.
Miguel accenna a quella che alcuni di noi definiscono la strutturalità del ghetto, quando porge con la consueta pacata passione a tutti noi lo scandalo dell’etnicizzazione dello sfruttamento. Non a caso cita due esempi di gruppi sociali deboli [bambini e immigrati], valutate positivamente solo in base alla loro incapacità di difendersi [i bambini] e della loro incapacità di decidere [gli immigrati].
Si potrebbe dire che l’essere presi in considerazione come target dalle aziende sia un indicatore di integrazione, anche se forzata e forzosa, come sostiene Rosalux. Va però detto che essere considerati un gregge da tosare, magari da sgozzare ogni tanto, suppongo non procuri alcun godimento alle pecore e non dovrebbe far piacere nemmeno alle persone umane.
Certo, nulla di nuovo sotto il sole dell’impero: il popolo ha smesso di essere popolo per diventare “consumatore” e i cittadini hanno smesso di essere cittadini per diventare “telespettatori”. Perché i négher, i nomadi, i muslimmi, le troie e i froci dovrebbero essere un capitolo a parte? Consumano anche loro, e quindi vanno adeguatamente indottrinati.
Mentre nel caso degli autoctoni il processo si è sviluppato in anni di “educazione” alla diseducazione, mimetizzandosi tra mille altri processi altrettanto stronzi, questa volta abbiamo un posto in prima fila per vedere come la cosa si è sviluppata, dato che si sta facendo a passi velocissimi, su un microcosmo ben determinato, che vive sotto la lente d’ingrandimento.
In quanto tempo, ci chiediamo, queste persone che vengono da paesi dove a malapena c’è l’elettricità al di fuori delle megalopoli che quasi sempre toccano solo come prima tappa verso l’ignoto, dove le carte di credito sono delle emerite sconosciute, che non comprano i pelati preferendo i più conservabili concentrati di pomidoro pur avendo un frigorifero, che si attaccano alle piccole cose come vestiti, veli e lingua materna per non perdere il legame con la terra che hanno dovuto abbandonare in questa terra che li rifiuta.
Dire che l’immigrato è una vacca da mungere, costituirebbe un uso sconsiderato di una pietosa circonlocuzione. Lo sapete anche voi, vengono spremuti fin dalla decisione di partire, di tentare la fortuna. C’è chi viene spremuto nelle nostre ambasciate, chi invece dai passeurs di ogni forma e colore.
Una volta arrivati qui, diventano carne da macello nelle mani di associazioni “benevole” e “no-profit”, che mentre le loro consorelle in altri paesi fanno del bene qui invece gestiscono campi di concentramento e raccolgono impronte digitali di minori in base all’appartenenza razziale, come la Croce Rossa o la Caritas.
Ma poi ci sono anche i caporali, le famiglie con anziano/a rompicoglioni e cagasotto a carico, i cantieri insicuri, i cessi da pulire, le cucine dei ristoranti, le corsie degli ospedali a svuotare padelle, la strada, i sedili delle macchine di passaggio.
E poi, se tutto va bene e hai uno straccio di permesso di soggiorno, cominci a pagare le tasse senza poter decidere come questi soldi verranno spesi, senza poter discutere quando quei soldi saranno spesi proprio contro di te e la tua famiglia.
Io sono sempre stata contraria all’integrazione eterodiretta. Quella che ti dice come e dove integrarti, non concedendoti lo spazio per farlo, perché potresti portare via un posto di lavoro, un posto in ospedale e financo un posto auto al figlio obeso, puzzone e cretino dell’Italia beluscobossiana.
Ritengo molto più onesta l’integrazione degli immigrati del West Africa nel Casertano, che hanno in molti campi sostituito la camorra. Hanno conquistato il loro spazio e sono – anche se in negativo – un esempio vincente per il resto delle minoranze etniche: capacità, caparbietà e attitudini imprenditoriali che nulla hanno da invidiare alla Confindustria.
Oppure le prostitute africane, che dopo 5 o 6 anni di strada, finalmente affrancate dalla “tassa d’ingresso”, avviano alla professione amiche, cugine e sorelle, portandole in Italia a scopare i virgulti di una società destinata alla scomparsa, e con quei soldi costruiscono case in Nigeria e piccoli laboratori in Liberia e negozietti in Ghana e pagano le scuole ai loro fratelli e sorelle e i medicinali ai loro vecchi.
Oppure i lavavetri, con il loro circuito di collocamento di quelli che “ce la fanno”, e che lasciano il posto all’ultimo arrivato, che si deve fare le ossa per poter trattare con questi coglioni.
Certo, mi piacerebbe avere altri esempi, ma francamente non ditemi che le cooperative di pulizie e le maggioranze operaie nere o musulmane che eleggono – stranamente – solo delegati sindacali bianchi e cristiani, siano un esempio di integrazione da portare ai nostri figli. No, davvero, ditemelo che oggi xe una giornata no, e go voja de ridere.
I camorristi, i lavavetri e le puttane esotici sono un esempio dell’imprenditoria etnica di successo. L’unica consentita in questo paese.
Ogni possibilità autogenerata di costituire una middle class, una classe di consumatori se volete, è preclusa alle minoranze dalle leggi e dalle consuetudini di questo paese, governato da gente bizzarra, la cui opposizione è ancora più strampalata.
Relegati al lavoro nei campi e nelle officine, alla cura della popolazione, dal pagamento delle tasse al tentativo di annullare la propria presenza per non “farsi beccare”, alle mille difficoltà burocratiche che sregolano la vita delle famiglie immigrate in Italia e dei loro italianissimi figli, al controllo assillante di ogni dettaglio, all’uso ossessivo del termine sicurezza, ci tocca prendere serenamente [e pacatamente?] atto che questo paese ha una colonia interna che produce ricchezza ma non può goderne.
Provate a pensarci un po’ su: non possiamo fare nulla che non finisca nel mirino di qualche politicante di periferia o qualche magistrato in cerca di notorietà.
Se aprono un centro di telefonia, finiranno nel prossimo pattuglione etnico che per stroncare il “terrorismo internazionale” se la prende col piccolo imprenditore che ha messo tutta la sua vita in 4 cabine telefoniche, un adsl e 4 computer.
Oppure se una delle decine di donne che vengono stuprate in Italia venisse violentata da un immigrato, magari un nomade bosniaco clandestino e musulmano per la gioia dei nostri media, il negozietto bengalese o indiano verrà distrutto da una folla di altri potenziali consumatori, come successo al Pigneto. Insomma, siamo anche il "target" di un altro target, e non nel senso markettaro del termine.
Anche l’esclusione dei musulmani e delle musulmane da una qualsiasi forma di intesa con lo stato li rende dipendenti dalla “finanza creativa” che quando la fa Tremonti ci incazziamo solo noi, ma quando la fa l’Imam di Subiaco gli si mandano i militari a scortarlo al primo aeroporto disponibile.
In effetti non si tratta di avere un call centre o un “deli”, o mettere su una cooperativa di pulizie. Si tratta di avere il controllo della propria imprenditoria, attraverso meccanismi di mercato che – come nel resto del mondo – prescindano dall’etnia e dalla religione dell’imprenditore.
Si tratta dell’esclusione dai benefici: questo paese ti impedisce di essere imprenditore di te stesso ed essere un esempio positivo per la comunità, a meno che tu non ti metta in ginocchio e non svenda la tua gente, e chiunque lucri sulla tua presenza - dalle Onlus agli etnopubblicitari - non è tenuto a reinvestire parte dei profitti in benefits per la comunità, come invece succede in altri paesi, molto più decenti del nostro.
Quello che però non capisco è come mai, a questi geni del marketing, non sia venuto in mente che gli immigrati hanno lo stesso accesso alle pubblicità televisive, radiofoniche e su carta patinata, e gli stessi desideri del consumatore medio (pur non avendo lo stesso accesso al credito),, che per contattarli basterebbe affidarsi al circuito delle Moschee, dei Deli e dei Call Centre.
Dacia Valent
Siamo tutti un po' immigrati
Ok, ok. Ma non cadiamo in queste facili contrapposizioni tra italiani figli di p** e boveri negri sfruttati e maltrattati. I negrieri del ventunesimo secolo non sono poi così razzisti e le forme di schiavismo oggi sono molte e diversificate: i nuovi schiavi sono immigrati, giovani italiani laureati, impiegati con contratto atipico, centralinisti del call center, operai interinali. Se vuoi fare un'analisi da un punto di vista economico e della produzione non devi cadere in facili sentimentalismi sulle vittime umiliate dal razzismo italico. Non contrapponiamo i bianche ai neri, i cristiani ai muslimi, i nomadi dagli stanziali. Di fronte al capitale siamo tutti tremendamente uguali, mucche da mungere. Quello che cambia, semmai, sono i dettagli dello sfrruttamento. Se poi una prostituta diventa pappona e sfrutta le altre prostitute come un tempo era sfruttata lei, io non griderei vittoria: anzi, è un indice di quanto sia radicato in tutti questo sistema.
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