Ciao Mama

È morta Miriam Makeba.

È un po’ come Rosa Parks. Quando muore qualcuno che conosci e con cui hai condiviso battaglie o che ti è stata maestra o maestro di vita, ti resta una specie di vuoto spaventoso dentro.

Credo che sia il pedaggio da pagare alla nostra mortalità: arrivati ai 45 anni le persone che conosci smettono di morire per incidenti stradali o per omicidio (quando sei nero capita spesso), ma cominciano a morire perché la vita chiede il suo pagamento in sangue e cuore e respiro.

Miriam è stata al mio fianco per anni, è anche venuta a cantare a Roma per la Score, l’associazione di cui sono stata a lungo presidente.

Gratis. Mi piace dirlo, perché non lo faceva mai.

A convincerla a non farsi pagare fu uno dei miei “padri politici”, Kwame Touré, che molti ricordano (spero davvero che lo ricordino) con il nome di Stokeley Carmichael, e mi raccontò che era stata durissima perché Miriam era una professionista rigorosa e diceva: “Business is business and a cup of tea is a cup of tea”.

Beh, quella tazza di the ce la siamo bevuta, alla salute dei razzisti.

Ci eravamo sentite nemmeno una settimana fa per concordare una delle prefazioni al mio libro, che mi è arrivata via mail, regolare e musicale, martedì scorso.

La rileggo, questo pezzo di vita e di esempio, e piango, mentre ascolto le cose “a cappella” fatte nella sede dell’associazione di allora (via Farini, a Roma, quasi a fianco di uno degli uffici di polizia più razzisti che ci siano) perché se ne è andato un pezzo di storia del movimento per i diritti civili dei Neri, un pezzo della storia per il movimento contro l’apartheid, un pezzo della storia della liberazione dell’Africa dal giogo delle multinazionali e degli interessi bianchi che uccidono i nostri bambini e che fanno crescere paffuti pargoli della “razza superiore”.

Mi aveva fatto promettere che non avrei mai usato quella registrazione (che vi assicuro è strepitosa) se non per far capire ai ragazzi la nostra cultura. I miei ragazzi, che chiamavano "Granny" lei e chiamano "Auntie" Angela Davis. Il primo letto nel quale ho dormito a Bruxelles è stato in una delle stanze della sua casa, immersa nelle rose e piena di odori favolosi, la cannella, il pepe, il cumino e i chiodi di garofano.

Ma in me, in tutti noi che l’hanno conosciuta, resta viva la lezione che ci ha impartito: “mai chinare la testa, soprattutto quando hai paura: a luta continua”.

Non ho perso nulla con la sua morte, perché lei è sempre viva. Un'amica è morta, la mia amica vivrà per sempre.

Dacia Valent

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