Palestina
Inviato da dacia il Sab, 2008-12-20 18:24
E io aspetto solo che un giorno, spero vicino, la religione torni a scandire solo i momenti intimi nella vita delle persone che compongono il popolo, tutti i popoli.
E che la politica torni nelle case che sono state abbattute dalla televisione assurta a dio maggiore e dai bulldozer delle guerre "giuste".
Che la brezza delle scelte ragionate soffi tra le fronde degli ulivi che oggi vengono sradicati, e nei centri di "accoglienza" dove la gente muore dentro, umiliata e senza speranza.
Che nei mercati si sentano le risate dei bambini e non le invocazioni di pietà dei feriti dell'ennesimo attentato.
Che a Guantanamo risuonino solo le parole della poesia di José Martì e non le le urla degli straziati dagli interrogatori.
Che il mattino presto, nelle nostre città, la voce festante del muezzin rincorra il suono festoso delle campane delle chiese, mentre due ragazzini lontani si contendono scalciando un barattolo tra il Muro del Pianto e la Moschea di Al-Aqsa, sotto gli occhi dei genitori premurosi e tranquilli che li guardano chi dal Muro del Pianto chi dall'ingresso della Moschea.
Che due vecchine, una con l'Hijab e l'altra senza, arranchino a fatica sull'acciotolato di una stradina di Betlemme, o di Parigi, o di Ferrara, scansando i resti di un muro che non avrebbe mai dovuto essere costruito. Quel muro - a volte fisico a volte mentale - che sorge tra noi, tra noi tutti, avendo proprio noi tra i più solerti muratori.
Fate delle feste serene.
Io credo che penserò molto.
Tremate.
Dacia Valent
Inviato da dacia il Mar, 2008-11-18 15:59
Chiedo scusa, ma si tratta di fatto urgente. Vittorio
Arrigoni, il nostro compagno e collega www.guerrillaradio.iobloggo.com
è stato arrestato dalla marina israeliana. Per il momento sta bene, ma dobbiamo
mobilitarci tutti per riportarlo sano e salvo a casa.
Qui potete prelevare il banner per la sua liberazione
(liberamente adattato da una vignetta della grandissima Omayya) e questo è l’indirizzo
mail della segreteria dell’ambasciatore di Israele: amb-sec@roma.mfa.gov.il.
Questo coraggioso kilombista, uno di quelli che non si
limita solo a scrivere come me, adesso è in custodia della polizia più “democratica”
del Medioriente, quella che arresta bambini e stupra le donne.
Lui non era in Israele, da dove è stato espulso nel 2005,
dopo adeguate sessioni di tortura, naturalmente democratica, ci mancherebbe.
Si trovava su un peschereccio con altri attivisti ad aiutare i pescatori di Gaza
a portare da mangiare alle famiglie sotto assedio ed embargo, senza alcun geenre di aiuto dalla comunità internazionale, tutta compresa a commemorare stragi lontane fregandosene di quelle attuali.
Insieme a lui sono stati arrestati 14 pescatori palestinesi
che subiranno il carcere duro, la tortura, e i cui pescherecci sono stati distrutti (sia mai
che si mettano in mente di nutrire la gente che soffre la fame, no?) e altri
due attivisti, uno scozzese e uno americano.
Vi prego, scrivete tutti quanti, mobilitiamoci, per tutti
loro. Mandate mail all'Ambasciata e scrivete commenti sul suo blog. Vi prego. Uno di noi ha bisgno di noi.
Io resto in contatto con l'unità di crisi del MAE per saperne di più, sperando che non gli facciano del male anche questa volta. E molto dipende anche da noi.
Se avessi aggiuornamenti farò altri post (sperando che il rigorso Spartacus non li cassi).
Dacia Valent
Inviato da dacia il Mer, 2008-11-12 17:23
Cari compagni di Kilombo, cari compagni tutti:
in questi giorni si consuma una piccola guerra dal "sapor mediorientale" nel nostro aggregatore.
Da una parte uno dei due redattori rimasti fedeli al mandato ricevuto dagli elettori, Spartacus Quirinus, il grande e gentile Claudio, dall’altra un kilomber militante per la Palestina, Guerrilla Radio, il grande e gentile Vittorio.
Non parliamo di nick qui. Parliamo di persone, parliamo di persone che conosciamo e che come molte persone hanno una differente percezione di quello che sta accadendo in Palestina da oltre 60 anni, di persone che hanno vissuto questa cosa in maniera differente.
Claudio l’ha vista da lontano la Palestina, Vittorio da vicino, molto vicino.
Claudio ha manifestato per la Palestina, Vittorio è stato in prigione in Palestina.
Claudio ha firmato petizioni per la Palestina, Vittorio è stato torturato in Palestina.
Claudio ha sfilato per la Palestina, Vittorio è stato ospedalizzato per le torture subite in Palestina.
Claudio vive in un paese che ha fatto di Israele un feticcio che lo assolve dal razzismo, basti pensare a gente come Fini e Alemanno che dopo i rastrellamenti fascisti (che tacciono e vogliono sdoganare come amene gite in Polonia e Germania), si presentano in kippah in Sinagoga o saltellano per Auschwitz perfettamente a loro agio.
Vittorio vive in questi mesi (anzi, direi che condivide da anni) il destino di un popolo senza elettricità, acqua, cure mediche e bombardato a piacimento e completamente desolidarizzato per la resistenza che oppone con ogni mezzo a chi lo opprime spietatamente.
Claudio e Vittorio sono compagni, ma compagni separati dal vissuto della Palestina e con la Palestina, uno perché li sente dentro, molto dentro, ma li vive da molto lontano, un altro perché li sente dentro, molto dentro, ma li vive da molto vicino.
Tra il reale e il virtuale, dunque, tra quello che i giornali ci raccontano nostro malgrado e malgrado qualche giornalista onesto e tra quello che si respira, compreso l’odore del sangue, che vi assicuro non è buono.
Nessuno dei due è fascista, sono divisi dalla loro reazione al fascismo che vivono, qui e lì.
C’è chi dice di associare la svastica agli israeliani e non agli ebrei parlando di ciò che infliggono agli indifesi, c’è invece chi la associa agli ebrei e a ciò che hanno subito da indifesi. Sono le opposte posizioni di Vittorio e Claudio.
Io invece la associo a entrambi, la maledetta svastica.
A israeliani e ebrei.
Perché quel paese è stato regalato agli odierni israeliani dalla svastica per le persecuzioni subite dagli ebrei, e viene retto da un’altra svastica che perseguita i non ebrei. Perché, credo che sia ormai chiaro: gli israeliani che si oppongono alla pace sono nella stragrande maggioranza, anzi, forse tutti, ebrei, sostenuti dal peggior occidente capitalista, che maschera con il cristianesimo rinato e l'evangelismo la difesa dei propri privilegi.
Insomma, la svastica è quello che ha consentito la creazione dello Stato d’Israele e la svastica è quello che consente oggi a Israele di negare la nascita dello stato di Palestina.
La svastica sulla bandiera israeliana (che riproduce le analogie tra ciò che il popolo palestinese subisce - sia quelli che subiscono l’occupazione illegale sia quelli che pur avendo la cittadinanza israeliana sono ridotti a cittadini di serie Zeta - e ciò che ebrei, rom, sinti, omosessuali, testimoni di Geova, disabili, comunisti subirono sotto la svastica), non è una forzatura e non è nemmeno scissa dalla situazione che vede bombardamenti su civili, ovunque nell'area, assedi disumani, persone lasciate senza acqua, senza energia elettrica, senza cure mediche, bambini orfani per i famosi bombardamenti mirati, o per i targeted killings, bambini imprigionati.
La svastica su quella bandiera è un pugno nello stomaco per Claudio, che continua a cancellare i post di Vittorio, per questi motivi. La svastica su quella bandiera è un dato di fatto per Vittorio, anche per me, e per molti, moltissimi (grazie a Dio) come noi.
Ma soprattutto, la svastica su quella bandiera è libertà di espressione. Su cui potremo scatenarci nel blog di Vittorio o su Kilombo Slow. Dicendo che così non si fa. Ma io credo che abbiamo bisogno di sentirci ricordare, nella maniera più forte possibile, direi anche con qualche pugno nello stomaco, quello che succede a persone senza difesa, e farci reagire.
Si tratta di autodifesa, Huey e Stokeley e George e anche Miriam e Angela ci hanno insegnato che “Self Defense is no Offense”.
Diciamocelo, sono diventata uno “spirito libero della sinistra radicale” (come mi ha definito il Giornale un paio di giorni fa) proprio per la Palestina. Non capivo il perché di tanta morte, non riuscivo a credere che la deportazione, la tortura, l’umiliazione potessero essere “somministrati” da chi aveva subito le stesse vessazioni in passato, per gli stessi motivi.
E mi sembra ancora allucinante che si consenta a Israele di fare ciò che fa nella totale indifferenza della comunità internazionale (che semo noi, per capirci).
Le politiche di Israele, del suo esercito, dei suoi coloni illegali, dell’intero popolo che lo sostiene (perché lì non c’è una dittatura, ma la gente vota per una classe dirigente che ammazza e deporta e tortura anche i bambini, arrestati a manciate) sono un abominio di fronte a tutte le donne e gli uomini, di fronte a tutti i padri e le madri, di fronte a Dio.
Quello che Israele infligge alla popolazione palestinese dei territori occupati illegalmente è paragonabile a ciò che i nazisti facevano nei paesi occupati, a partire dalle punizioni collettive e dalle carcerazioni su basi etniche o religiose: laddove i nazi sradicavano i vigneti gli israeliani sradicano gli ulivi; laddove i nazi deportavano gli ebrei, gli israeliani deportano i palestinesi; laddove i nazi arrestavano su base etnica gli israeliani arrestano su queste stesse basi; laddove i nazisti facevano stragi, gli israeliani si affidano ad uno stillicidio che passa quasi inosservato ma ha provocato centinaia di migliaia di vittime, tra gli uccisi, i deportati, i torturati.
E pensiamo anche a quello che Israele infligge alla popolazione musulmana e cristiana di cittadinanza israeliana, quotidianamente, con la distruzione e chiusura delle loro scuole, la discriminazione per i concorsi, per i prestiti, per le cure, per la casa, per il lavoro, per il miglioramento della loro vita.
Hanno imparato bene la lezione, quelli al potere - che sono purtroppo tutti ebrei, e ne va preso atto, perdìo, vogliamo dirlo senza vergognarci, senza avere paura? - e la applicano su un popolo indifeso, perché vittima di un popolo vittima a cui tutto si perdona per questo motivo, facendo pagare comodamente le colpe dell’occidente ad altri, come al solito.
Guerrilla Radio, un collega blogger, Vittorio, un compagno a cui affiderei la vita dei miei figli, vuole raccontarvi la storia di quello che un manipolo di coraggiosi sta facendo a Gaza, e credo che il collettivo sia interessato a saperlo.
Spartacus Quirinus, un collega blogger, Claudio, un compagno a cui affiderei la vita dei miei figli, vuole difendere il principio che la svastica non deve essere connessa con la bandiera di uno stato che applica gli stessi metodi su una popolazione totalmente indifesa, facendolo in nome del collettivo.
Non si tratta di simbologie, anche se la reductio ad hitlerum mi sembra una strada tutta in salita (come ho scritto al fratello Vittorio, sarebbe più facile comunicare senza questo, ma ognuno di noi decide come parlare alle persone con cui parla e che lo leggono). Ma se dobbiamo dire le cose come stanno, diciamole.
Basta che lo si faccia dal proprio blog, senza coinvolgere e sconvolgere le sensibilità della comunità. Non mi da fastidio la bandiera israeliana con la svastica così come non me ne darebbe quella dell'Australia con una grossa cacca di koala in mezzo.
Se la trovo sul blog che vado a leggere cliccando su leggi tutto e non sulla HP di Kilombo.
Perché sono anche io stufa di pesare le parole, ché le persone che mi comprendono e che – in fondo – mi amano, comprenderanno ancora una volta:
Gli israeliani sono dei fascisti. E mettere una svastica sulla bandiera di Israele non è un delitto, è una constatazione dei fatti. Palestina, Libano, Siria, bambini in prigione da una parte e bambini che firmano sorridenti le bombe dall’altra, le “stanze del figlio” murate dopo la deportazione, gli assassini politici, la detenzione amministrativa, una diaspora palestinese costretta all’esilio, il sangue versato che mai verrà ripagato, perché irrimborsabile ai padri alle madri, ai figli e alle figlie, ai fratelli e alle sorelle.
Credo che forse fra poco non sarò più in Kilombo, ma questa è una battaglia che credo e so di voler combattere. Vi voglio bene. Un pochino però, eh, non montatevi la testa. Ma credo, anzi so - perché Claudio è rigoroso - che verrò sospesa dall’aggregatore.
Non ora, però.
Al prossimo post.
Claudio, pensa a quello che Vittorio vede ogni giorno, ai bambini che muoiono perché non hanno medicinali, alle donne che abortiscono per la paura, pensa agli stivali degli occupanti che marciano sull’acciottolato di Betlemme mentre voci gutturali e volgari chiedono di far uscire le loro donne per poterle finalmente soddisfare, loro gli uomini veri, e prova a capire che il compagno sa quello che fa, sa perché lo fa.
Vittorio, riporta la tua pellaccia qui, che ci manchi. E bacia quella terra una volta per me, che mi manca molto. Ti si aspetta, perché ti si ama. Ti si vuole leggere per lo stesso motivo.
E a tutti e due, non impediteci di leggere le cronache dall'assedio di Gaza. Sono piccoli passi indietro che non vi faranno del male, ma faranno del bene a tutti noi.
Consideratela la vostra Oslo. Ma osservatela.
Dacia Valent
Inviato da dacia il Ven, 2008-07-18 06:59
Per chi si chiedesse come funziona in medioriente, eccovi un piccolo prontuario pratico sul valore della vita di arabi e israeliani. 2 [due] cadaveri israeliani valgono, all’incirca: 1.200 civili libanesi trucidati con bombardamenti democratici; 500 miliziani libanesi morti mentre difendevano la loro terra; 5 prigionieri libanesi, vivi e vegetanti nelle carceri israeliane; 199 cadaveri libanesi e palestinesi; 40 morti per le cluster “clever” bombs lasciate sul terreno, soprattutto bambini, ancora in progress [non i bambini, che schiattano smettendo di “progredire”, bensì le loro morti], che ce ne sono tante tante di cluster in Libano. Adesso che lo si sa, possiamo finalmente rivalutare le candide rappresaglie (durante l’ultima “grande guerra”) dei francesi [50:1], dei russi [120:1] e degli americani [200:1] e chiederci: ma le vite umane non si equivalgono? E se così non fosse, quale sarebbe la ratio che fa che qualcuno valga poco ed altri molto? Dacia Valent
Inviato da dacia il Mar, 2008-07-08 09:41
Amo gli Outlandish, sono bravi. Anzi, di più. Sentiteli, ma soprattutto guardate questo video, che racconta e spiega molto di noi ragazze musulmane. 
Dacia Valent
Inviato da dacia il Sab, 2008-05-24 06:03
L’immagine è orribilmente affascinante. Fucilare il Corano. Certo, le notizie parlano di uno sconosciuto soldato americano che ha usato il Libro come bersaglio durante un’esercitazione di tiro. Ci hanno trovato 14 fori di proiettile su quel Libro. Però è fortemente simbolica. Fucilare il Corano. Certo, il soldato è stato immediatamente “rimosso” dall’Iraq. Sono state inoltre presentate scuse sentitissime alle autorità politiche e religiose, sia nazionali sia locali. Ma - deppiù - l’esercito di occupazione ha regalato un mega Corano tutto tempestato di smeraldi [suppongo] all’Imam locale, Corano che è stato prima baciato [spero senza lingua] da un ufficiale [mica un buzzurro della truppa]. Il simbolismo di questo atto [la fucilazione intendo, sul bacio preferisco non pronunciarmi] è abbacinante nella sua chiarezza. Si fucila il Libro per fucilare simbolicamente - e interamente - i credenti di una religione. Così come si è giustiziato lo Sceicco Yassin per uccidere simbolicamente un intero popolo. Si tratta di genocidio. Per interposto oggetto sacro, per interposta persona. Ma si tratta di genocidio. “Piccoli” gesti che hanno dietro una cultura dell’aggressione che fa spavento, ma non sorprende. Non lo dico per scherzo, ma per daverodavero. Dacia Valent
Inviato da Leila Pettinari il Mar, 2008-05-20 22:12
Abbiamo parlato della fusione di due opposti, la destra e la sinistra, proposta da molti, ma teorizzata in termini originali dal filosofo russo Dugin. Ora vedremo qual è l’obiettivo di questa fusione, quale la pietra filosofale che si vorrebbe trovare, l’homunculus da produrre per mezzo di questa “opera alchemica”. In altri termini: perché distruggere secoli di storia? Perché sopprimere l’individuo in favore dell’Assoluto? Che diavolo di società ci attende alla fine di questo sentiero impervio? Dugin, che è chiaro, sincero e appassionato, nel suo articolo “La metafisica del Nazionalbolscevismo” ci rivela il suo sogno nel cassetto. Ma prima di tutto ci presenta i suoi “maestri spirituali” e politici, due nomi che conosciamo bene, Karl Marx e Julius Evola. Parecchi hanno scritto su questi due filosofi, ma pochi sono stati in grado di comprenderne profondamente il significato. A mio parere invece Dugin ci è riuscito, il che non può che fargli onore. Parlando di Marx “visto da destra”, Dugin sostiene la via bolscevica al marxismo, come unificazione di elementi nazionalisti russi con la dottrina marxista. A partire da questa visione “bolscevica” e nazionalista, sostiene che il comunismo non è veramente di sinistra, dato che racchiude in sé “aspetti che escono, senza ombra di dubbio, da una cornice di "sinistra" e si associano alla sfera dell'irrazionale, della mitologia, dell'arcaicismo, dell'anti-umanismo e del totalitarismo” (Dugin, “La metafisica del Nazionalbolscevismo”, la Nazione Eurasia, anno I nr. 8, pag.6). Ora, gli aspetti che lui menziona, naturalmente, non fanno parte del comunismo come lo intendiamo noi, ma di quello che lui chiama “bolscevismo”. Riconosce onestamente che non si tratta veramente del marxismo, ma solo di una sua parte, epurata dall’influenza di Feuerbach e “ridotta”, per così dire, a quello che Dugin vede come fondamento del marxismo: i “socialisti utopisti, certamente inclusi da Marx nel novero dei suoi predecessori e maestri, sono gli esponenti di un particolare messianesimo mistico ed i precursori del "ritorno all'Età dell'Oro". Praticamente tutti furono membri di società esoteriche, fortemente connotate da un'atmosfera di misticismo radicaleggiante, escatologia e predizioni apocalittiche.” (ibid.) I marxisti ortodossi sbotteranno: vedere il loro maestro trasformato in un occultista esaltato non gli farà certo piacere. Ma sappiano che questa teoria non è nuova e c’è chi ha affermato senza mezzi termini che il vecchio barbuto [non è che fosse un islamo-comunista letteralmente ante litteram!?] era uno degli Illuminati di Baviera. Ma ora, torniamo a Hegel, indiscusso maestro di Marx: “Se esaminiamo da vicino la dialettica di Hegel, il fondamento metodologico della sua filosofia (e fu proprio il metodo dialettico ciò che Marx prese a prestito in larghissima misura da Hegel), scopriamo una dottrina perfettamente tradizionalista, escatologica perfino, che fa uso di una terminologia specifica. Inoltre, tale metodologia riflette la struttura dell'approccio iniziatico, esoterico, ai problemi gnoseologici […] La filosofia della storia di Hegel è una versione del mito tradizionale, integrata da una teleologia puramente cristiana. L'Idea Assoluta, alienata da se stessa, diviene il mondo […] Incarnatasi nella storia, l'Idea Assoluta esercita un'influenza dall'esterno sugli uomini, come "astuzia della Ragione", predeterminando il carattere provvidenziale della trama degli eventi. […] "L'Essere e l'Idea sono una cosa sola". Atman coincide con Brahaman. E questo avviene in un determinato Regno particolare, in un impero della Fine, che il nazionalista tedesco Hegel identificò con la Prussia. L'Idea Assoluta è la tesi; l'alienazione nella storia è l'antitesi; la sua realizzazione nel Regno escatologico è la sintesi.” (pag. 7) L’Assoluto, l’esoterismo, Atman e Brahman e il nazionalismo prussiano. Ecco da quale parte della dialettica marxiana-hegeliana vuole attingere Dugin. Nel brano citato troviamo inoltre l’escatologia apocalittica, che lui ritiene – secondo me a ragione – il motivo principale della teoria marxiana: “Non a caso, egli definisce lo stadio iniziale dell'umanità come "comunismo delle caverne". La tesi è il "comunismo delle caverne", l'antitesi è il Capitale, la sintesi è il comunismo mondiale. Comunismo è sinonimo di Fine della Storia” (pag. 7). Il punto essenziale del marxismo non è, come molti sostengono, il materialismo. Se così fosse ci si sarebbe limitati a una accettazione supina dell’andamento meccanico dell’economia senza portare in ballo coscienza di classe, rivoluzione, ecc. Il marxismo non è affatto democriteo, ma fondamentalmente dialettico, finalizzato alla trasformazione della realtà. E questo Dugin lo ha capito bene: “Il materialismo, la focalizzazione sulle relazioni economiche e industriali, tutto questo non testimonia dell'interesse di Marx per la prassi, ma della sua aspirazione alla trasformazione magica della realtà [...] Secondo una simile logica [di quelli che considerano Marx semplicemente un materialista], gli alchimisti medievali potrebbero essere tacciati di "materialismo" e sete di guadagno - qualora non si tenga in considerazione il simbolismo profondamente spirituale ed iniziatico che si cela dietro i loro discorsi sulla distillazione delle urine, sulla fabbricazione dell'oro, sulla conversione dei minerali in metalli, e via dicendo” (pag. 7). Marx era quindi per Dugin un alchimista, un distillatore dell’elemento purissimo, un trasformatore degli elementi per giungere al metallo nobile, l’età dell’oro. Sappiamo che nelle antiche dottrine la trasformazione degli elementi avveniva attraverso due fasi, l’opera al nero – distruzione, morte iniziatica, superamento delle condizioni iniziali – e infine l’opera al bianco – la costruzione dell’elemento finale, lo stabilirsi dell’ordine su basi superiori, la nuova vita, l’uomo nuovo o nuova società. E tutto ciò doveva portare al Rubedo. L'opera al rosso. Rosso, appunto. Infatti l’obiettivo primario della rivoluzione è la distruzione (opera al nero) dei vecchi rapporti di produzione, che nella filosofia marxiana rappresentano la struttura sociale. Secondo Dugin, questo “marxismo alchemico e gnostico” venne raccolto “dai bolscevichi russi, cresciuti in un ambiente nel quale le forze enigmatiche delle sette russe, il messianismo nazionale, le società segrete ed i tratti appassionati e romantici dei ribelli russi erano in fermento contro un regime monarchico alienato, secolarizzato e degradato.” (pag. 7). Ma veniamo al nazionalismo. Per Dugin non si tratta di un concetto strettametne politico, quanto geo-metafisico. Riprende la distinzione di Mackinder e della sua teoria della Heartland, che contrappone l’atlantismo, fondato sull’elemento “mare” all’eurasismo, fondato sull’elemento “terra”. E qui diventa veramente affascinante: “Secondo la dottrina Tradizionale, un determinato Angelo, un determinato essere celestiale è incaricato di vegliare su ciascuna nazione della Terra. Quell'Angelo è il senso storico della particolare nazione - al di fuori del tempo e dello spazio, purtuttavia costantemente presente nelle vicissitudini storiche della nazione. E' qui il fondamento della mistica della nazione. L'Angelo della nazione non è alcunché di vago o sentimentale, nebuloso - è un'essenza intellettuale, luminosa, un "pensiero di Dio", come disse Herder. La sua struttura è visibile nelle realizzazioni storiche della nazione, nelle istituzioni sociali e religiose che la caratterizzano, nella sua cultura. L'intera trama della storia nazionale non è altro che il testo della narrazione della qualità e della forma di quel luminoso Angelo nazionale. Nelle società tradizionali l'Angelo della nazione si manifestava in forma personale nei re "divini", nei grandi eroi, nei pastori e nei santi. Ma la sua realtà sovrumana lo rende indipendente dal portatore umano.” (pag.8). Per nazione non si intende quindi un semplice insieme di individui, di rapporti sociali, economici o politici, di istituzioni o confini territoriali. La nazione non è nemmeno un ente metafisico derivato. La nazione è un intelligibile, un archetipo, un essere vivo e senziente, un angelo. In forma fenomenica si realizza nella storia (cfr. Hegel), ma la sua essenza è atemporale e indipendente dagli eventi accidentali o dagli individui, forme e istituzioni che ne fanno parte. Questo “angelo” della nazione si rivela nei modelli culturali, nei comportamenti e atteggiamenti dei singoli individui solo in parte, e spesso in maniera distorta o deviata, mentre è espresso e conosciuto in maniera più compiuta dalle avanguardie nazionaliste, sette di intellettuali estoterici e misticheggianti – e forse molti di voi direbbero “deliranti”! -. Incarnazione ancora più perfetta dello “spirito della nazione” è poi il “re divino” che porta Dugin dritto dritto al neo-zarismo. E ora veniamo all’angelo di una particolare nazione: la Russia: “L'Angelo della Russia si svela quale Angelo dell'integrazione, quale essere luminoso particolare che cerca di unire teologicamente altre essenze angeliche all'interno di sé, senza cancellarne le individualità, ma elevandole alla scala imperiale universale..”(pag. 8). L’angelo russo ha quindi una particolare mission, una responsabilità che va oltre le proprie circoscritte competenze territoriali, ma coinvolge anche altri “angeli” di nazioni vicine in senso geo-politico. Ciò ha a che vedere con la contrapposizione Atlantismo-Eurasiamo, mare-terra, oriente-occidente, che troviamo in Mackinder: “Le orde angeliche dell'Eurasia contro le armate Atlantiche del capitale. La vera natura dell'"angelo" del Capitalismo (secondo la Tradizione il suo nome è Mammona) non è difficile da indovinare...”(pag. 8). Trovo carina questa epica vetero-sovietica, ma gli stalinisti aspettino prima di entusiasmarsi, infatti nel prossimo post, che titolerò prosaicamente “IL TRADIZIONALISMO E LA VIA DELLA MANO SINISTRA”, vedremo che fine farà il sogno comunista. Leila Pettinari
Inviato da Leila Pettinari il Lun, 2008-05-19 06:30
Ci ho messo una vita a convincerla a scrivere sul blog. Ve la presento brevemente, ma tanto imparerete a conoscerla. Leila è il suo nome. Come cognome si è scelta Pettinari. Il suo lavoro è la filosofia, ma nel vero senso del termine. È musulmana, è comunista. Non è Nera, ma non si può avere tutto dalla vita. Comunque, è una gran bella bionda. Dacia Valent ****************************************************** Da un po’ di tempo si sente parlare del filosofo russo Alecsandr Dugin.
Addrizzo sempre le orecchie quando sento di parlare di “filosofia”, mi sono affezionata a questo termine leggendo i dialoghi di Platone, e ora immagino Socrate mentre disputa con i sofisti, dimostrando loro quanto sono vani e ridicoli nel sostenere di avere la verità in pugno. La verità, la sapienza, non la possediamo mai, possiamo solo amarla. Proprio questo amore è l’essenza della filosofia. Così, con questa immagine nella mente, ho deciso di verificare se Dugin è veramente un filosofo, o solo uno dei tanti sofisti presuntuosi che da tempi immemorabili infestano le agorà dell’antica Atene o la piazza virtuale e mass mediatica. Cerco con google: escono parecchie pagine, il sito migliore sembra quello di La Nazione Eurasia, con un buon archivio e possibilità di scaricare interi numeri della rivista. Gli autori sono parecchi, alcuni anche abbastanza conosciuti, molto amati e molto odiati. Ora però non parlerò di loro, mi limiterò agli articoli di Dugin. Scrive bene, con uno stile scorrevole e idee molto chiare, bisogna dargliene atto. Ma veniamo ai contenuti. Essendo diversi gli argomenti trattati dal filosofo – naturalmente tutti di tipo politico -, mi limiterò in questa sede ad esaminare un solo articolo, che ho trovato particolarmente significativo. Si intitola “La metafisica del Nazional-Bolscevismo”. Da bravo saggista, Dugin inizia cercando di dare una definizione del termine “nazional-bolscevismo” (ma non riesce), rintracciandone l’origine (primi decenni dello scorso secolo) e citando i suoi esponenti e teorici (tra cui Niekisch, Junger e Strasser in Germania). Procede poi con un particolare ringraziamento a Karl Popper, per aver definito in maniera chiara il concetto di “società aperta” (come fondamento di una vera democrazia), essenziale per una corretta concettualizzazione del nazional-bolscevismo. La “società aperta” è infatti il vero nemico dei nazional-bolsceviki dughiniani. Così, grazie a questa definizione popperiana, possiamo almeno comprendere qual è l’opposto del nazional-bolscevismo: “La definizione più felice e pregnante di nazional-bolscevismo sarà allora la seguente: «Il nazional-bolscevismo è la super-ideologia comune a tutti i nemici della società aperta» (Dugin, “La metafisica del nazional-bolscevismo” in La nazione Eurasia, anno I nr. 8; pag. 4). Ora, forse alcuni di voi penseranno: e ci voleva Popper, per capire che erano antidemocratici?! Beh, forse no, ma Dugin lo ha ritenuto necessario per una corretta definizione della sua ideologia, altrimenti impossibile da afferrare. Non sembra infatti trattarsi di una ideologia, quanto di un calderone, un aggregatore di –ismi e –isti un po’ inkazzati. Non fraintendetemi, provo simpatia per persone così, molto più che per i manager e le veline berlusconiane. Ma proseguiamo. Dopo il nazionalboscevismo e la società aperta, Dugin introduce un’altra coppia di opposti, l’Assoluto e l’Individuo. Come possiamo immaginare, il primo è associato al nazionalboscevismo, mentre il secondo alla società aperta: “Nemici della "Società Aperta" sono coloro che propugnano ogni genere di modello teoretico fondato sull'Assoluto, invece che sul ruolo centrale dell'individuo. L'Assoluto, quand'anche la sua istituzione avvenisse spontaneamente e per libera scelta, immediatamente invade la sfera individuale, trasforma radicalmente il suo processo evolutivo, viola coercitivamente l'integrità atomistica dell'individuo sottomettendolo a qualche altro impulso individuale esterno. L'individuo viene immediatamente limitato dall'Assoluto - pertanto, la società perde la sua qualità di "apertura" e la prospettiva di un libero sviluppo in tutte le direzioni. L'Assoluto detta fini e compiti, stabilisce dogmi e norme, plasma l'individuo come lo scultore plasma il suo materiale. (Ibid.). I nazionalbolsceviki sono quindi promotori dell’Assoluto, termine che indica qualsivoglia ente metafisico: idea, principio, movimento, archetipo, ideologia, ecc., di qualsiasi valore e qualsiasi colore, che possa porsi in maniera “coercitiva” e “limitante”, se non addirittura “annichilente”, nei confronti dell’individuo. Di nuovo, il nostro, non cessa di ringraziare Popper per aver così chiaramente descritto i termini dello scontro in questione: “Marxisti, conservatori, fascisti, persino alcuni social-democratici - tutti questi possono essere identificati come «nemici della società aperta»”. Al tempo stesso, liberali come Voltaire o pessimisti reazionari come Schopenhauer possono scoprirsi uniti nell'insieme degli amici della società aperta. La formula di Popper è dunque questa: o la «società aperta » o «i suoi nemici ». (Ibid.). L’opposizione all’individualismo – di per sé giusta, almeno dal mio punto di vista – diventa per Dugin una ragione di vita, la contrapposizione tra soggettivismo e oggettivismo assume per lui le fattezze di uno scontro mitico e sempiterno, la guerra metafisica tra il Bene e il Male. Presi in una situazione così seria, non potremmo certo metterci a fare gli schifiltosi, del tipo “no, no, per carità, coi fascisti no”; infatti saremmo tenuti ad unirci compatti contro il nemico comune: “... la filosofia politica del nazional-bolscevismo sostiene la naturale unità delle ideologie fondate sull'affermazione della posizione centrale dell'oggettivo, al quale è conferito uno status identico a quello dell'Assoluto, indipendentemente da come sia interpretato questo carattere oggettivo.” (pag. 5). Continua con tono sacrale: “… La massima metafisica suprema del nazional-bolscevismo è la formula induista Atman e Brahaman. Nell'induismo, Atman è il Sé umano supremo, trascendente, indifferente al sé individuale, ma al tempo stesso interno a quest'ultimo, come sua parte più intima e misteriosa, sfuggente ai condizionamenti dell'immanente. L'Atman è lo Spirito interiore, ma in senso oggettivo e sovraindividuale. Brahman è la realtà assoluta, che abbraccia l'individuo dall'esterno, il carattere oggettivo esteriore elevato alla sua fonte primaria suprema.” (ibid.). Il Sé superiore individuale si annulla nell’Assoluto divino. Roba da far impazzire i neoagici nostrani!! Secondo Dugin questa è l’essenza di tutte le religioni e di tutte le ideologie vere e proprie. La loro capacità di ridurre a sé l’individuo. Il granello si perde nella distesa di sabbia, l’individuo si perde nell’Assoluto, e con lui, come vedremo, vanno perse anche un sacco di altre cose: per prima, la tradizionale - e giusta - distinzione tra destra e sinistra. Essendo entrambi “totalitarismi” (infatti Dugin identifica la sinistra con Stalin), questi due estremi si possono toccare sul terreno dell’Assoluto e dell’oggettivo e nella negazione dell’individuo. Dunque, avanti popolo di kompagni e kamerati, tutti uniti contro l’individual-liberal-capital-occidental-popperian-imperial-soggettivismo! Infatti: “Destra e sinistra sono ora entrambe divise in due settori. L'estrema sinistra - comunisti, bolscevichi, "hegeliani di sinistra" - vengono a combinarsi nella sintesi nazional-bolscevica con estremisti nazionalisti, étatisti, sostenitori dell'idea del "Nuovo Medioevo" - in breve, con tutti gli "hegeliani di destra". (ibid.). Qui abbiamo trovato un altro elemento importante: il riferimento a Hegel, filosofo che presenta un tipo particolare di idealismo, che possiamo definire “storicista”. La prima riflessione critica spontanea riguarda la possibilità di unire destra e sinistra in un unico movimento ideologico. Dugin da per scontato che sia possibile, sulla base dello scontro con il comune nemico. Un po’ come l’alleanza tra teo-dem e laicisti di sinistra per combattere il Berlusca. Unioni del genere, come abbiamo visto, non fanno mai tanta strada… Tutto questo deriva dal dogma duginiano secondo cui alla base di tutto vi è la contrapposizione tra società aperta + individualismo e super-ideologie e Assoluto dall’altra. Naturalmente questa è una sua idea, possiamo anche non crederci. Ma se non crediamo a questo dogma, crolla tutto il castello di carte. Non è che non vi sia la possibilità di concepire le cose secondo il suo schema, più che altro è che non è l’unico paradigma interpretativo e fondante della realtà. Alla base dei processi sociali, infatti, possiamo concepire varie coppie di opposti, se cercate nei libri, ne troverete a bizzeffe. Molti oggi ritengono, come Dugin, che non esistano più “destra” e “sinistra”, o che comunque si tratta di costrutti deboli, forse obsoleti perché storicamente superati, o che probabilmente non sono mai esistiti davvero, se non nelle fantasie barricadiere degli europei neodemocratizzati. Proprio questo approccio un po’ di decenni fa portò al potere Hitler e Mussolini, il primo fondatore di un partito nazional-socialista dove un simbolo solare rovesciato, metafisico quanto l’Assoluto di Dugin, campeggiava nel bel mezzo di bandiere rosse rosse, il secondo fu direttore dell’Avanti!, giornale del Partito Socialista fondato dal filosofo marxista Antonio Labriola. Come vedete, la fusione di destra e sinistra, l’impianto di elementi nazionalisti nelle ideologie di sinistra, invece di portarci avanti come ritengono alcuni, ci riporta inesorabilmente indietro. E, quasi a ribadire l’esistenza dei due opposti inconciliabili, questo tipo di fusione non è, in realtà, “di destra e di sinistra insieme”, e nemmeno “né di destra né di sinistra”, nella realtà dei fatti, l’idea di questa fusione è proprio di destra. Anzi, questa è forse l’essenza stessa del pensiero della destra sociale, c.d. “estrema”. Ora mi fermo, per proseguire in un successivo articolo che tratterà la parte veramente interessante e spesso trascurata del Dugin-pensiero. Quella che da il titolo a questa serie di pezzi. Quer pasticciaccio brutto de Marx e Evola... Leila Pettinari
Inviato da dacia il Dom, 2008-05-18 20:31
La tentazione è grande. Dico, quella di occuparsi dell’ esistente. E di “ esistente” ce ne sarà parecchio, nei prossimi anni. Non che non ce ne fosse anche prima, come fa notare Miguel Martinez in questo splendido pezzo: non esistono - infatti - grandi differenze tra l’approccio compagno e quello camerata ai quesiti politici, culturali, sociali ed economici che le minoranze etniche e religiose pongono al paese. Per i camerati i negri [rom, musulmani, ebrei, gay, accattoni, ecc. ecc.] puzzano tout court. Per i compagni hanno un odore vagamente sconcertante. Ma la sostanza politica è sempre la stessa. Non so voi, ma io ho l’esatta percezione di trovarmi in guerra. Certo, esistono guerre e guerre. Esistono guerre di tensione, esistono guerre guerreggiate, esistono guerre monetarie e - da qualche tempo a questa parte - le guerre umanitarie sono molto gettonate. Queste sono le guerre più “usate”. Ma ne esistono anche di altro tipo. Esistono nazioni e popoli che si possono permettere armi sofisticate create dall’uomo, mentre altri si devono arrangiare con le umili e nobili armi donate da Allah. Io oggi voglio parlare di una guerra, molto meno percepita come tale come invece le altre. Ed è la guerra dei corpi. Quella che mette in totale crisi le “democrazie occidentali”, i loro "teorici" e i loro abitanti. Una guerra non dichiarata, spontanea e di massa, combattutta da soldati macilenti con il loro mero respirare. Perché di corpi ce ne sono molti, moltissimi. E di "democrazie occidentali" ce ne sono poche, pochissime. Ogni corpo che approda sulle nostre coste - e finisce a badare un nostro vecchio, crescere un nostro figlio, costruire una nostra casa, raccogliere la verdura che ci troviamo nel piatto o assistere i nostri medici come infermiere seppur laureato in medicina - è un missile intelligente che colpisce gangli vitali della struttura di potere. Perché pone questioni a chi governa (ma anche a chi è all’opposizione), questioni esplosive [a volte letteralmente], difficili da risolvere: questioni culturali, questioni sociali, questioni economiche e questioni politiche. E una struttura di potere che si basa sul consenso delle masse [quelle proprie, per motivi elettorali e quelle altrui per motivi di prestigio internazionale], anche contando su stampa e televisione, non si può permettere di speronare delle carrette del mare, uccidendo centinaia di profughi - politici o economici, per noi marxisti la differenza non esiste - o aprire campi di concentramento per le minoranze etniche o ancora negare ad una minoranza religiosa il diritto di pregare. Cioè, queste cose le fa tutte, ma si tratta sempre di "incidenti" o di "sicurezza" oppure di "reciprocità". Questi corpi interrogano tutti noi sul tipo di “democrazia” di cui vogliamo fare parte. E a queste domande, ad oggi, si è data una risposta di regola repressiva e comunque emergenziale [da destra, con il pacchetto sicurezza, per esempio]. Oppure pietista o utilitarista [da sinistra, con il concetto che "vengono qui a fare i lavori che gli italiani rifiutano"]. I corpi che approdano sulle nostre coste, pongono questioni dirimenti sul tipo di democrazia di cui vogliamo fare parte. Del tipo di società di cui questi corpi, compresi il mio e il vostro, siamo entrati - volenti o nolenti, chi per nascita chi per scelta, chi per necessità - a fare parte. “Questo corpo” si pone le medesime questioni. E me le pongo perché è giusto che così sia. E una di queste questioni la giro a Miguel. Oddio, la girerei anche ad altri, ma so che sono talmente attaccati ai loro "accessi blog" che tacerebbero. Perché lui sostiene che destra e sinistra siano categorie che non esistono [o che ormai non servono] più, oppure che queste categorie siano funzionali al mantenimento e consolidamento della struttura di potere imperialista, e - quindi, secondo Miguel, e liberamente interpreto - per quale balzano motivo dovremmo fissare un limite alla qualità delle alleanze che si stringono per le battaglie che si conducono? Io sono generalmente contraria al marketing della paura. Così come mi sembra infame che Israele sia riuscita a sovrapporre i concetti/persone di “israeliano” ed “ebreo”, mi sembra altrettanto volgare e repellente che un gruppetto di gruppettari spuri - impresentabili e imbecilli - vogliano intrupparmi in una cosa che non mi pare abbia nulla a che fare con me, con la mia storia, con la mia gente. Ed è sul marketing della paura che questa struttura di potere, che ogni struttura di potere, basa la sua presa "democratica" su qualsiasi popolaccio, sia questo nero, bianco, giallo o bruno. Paura dell'altro e paura di dire ciò che si pensa. A me gli ebrei non fanno né caldo né freddo. Se devo mandarne a cagare uno o una truppa, lo faccio tranquillamente senza cercare eufemismi che mi mettano al riparo dalla solita vecchia accusa di antisemitismo. Franckly, I don't give a shit about it. Non sento il bisogno di combattere gli ebrei [e nemmeno gli israeliani] in quanto tali, se non quelli che, insieme a certi arabi, socialdemocratici, evangelici, negri, antimperialisti, musulmani, donne, comunisti, anziani, gay, cattolici, fascisti, buddisti, ecc., si avvalgono di mezzi a cui le “persone normali” - mi riferisco a quelle che schiattano di fame, che muoiono alle nostre frontiere, o defungono di inedia sociopolitica nelle nostre favolistiche democrazie - non hanno alcun genere di chiave che consenta anche a loro [se non una morte cruenta per se stessi, e a volte anche per altri] di controllare la struttura di potere che fa del male a tutti noi, al fine di trarne un vantaggio personale o corporativo. Non mi serve vantare "amici fintoebrei" per scrivere ciò che scrivo, quando lo scrivo, sul sionismo, sul razzismo in Israele, sul colonialismo omicida nei territori illegalmente occupati. Lo scrivo perché lo penso e sono libera di farlo. Almeno per il momento. Io non sono un partito, non ho bisogno di assicurarmi consensi, e francamente non mi va di succhiarlo al popolaccio, che è per definizione puzzone, ha i funghi ed è tutto sudato. Soprattutto quando il popolaccio è di destra su tutto eccetto che sulla Palestina, e solo perché si tratta di dare addosso ai perfidi giudei. Non me ne frega un cazzo del popolaccio. Non me ne frega un cazzo di avere il consenso di un branco di “firmatari professionisti” alle iniziative a cui partecipo o che promuovo, non me ne frega un cazzo di coprirmi le spalle, perché lo so che verrò “uccisa” così: con un colpo alla schiena. E non lo considero un problema. Io sono e mi sento un’avanguardia. E come tale mi comporto. Miguel, anche io sono disponibile a discutere della Palestina, esattamente come dici tu. Ma non credo che il nostro approccio sia lo stesso; o almeno, su questa "cosa" potrebbe non esserlo più. Non metto in dubbio la tua passione e il tuo attaccamento ai diritti delle persone umane, di ogni parte in causa, in questa “causa”. Sono convinta che tu ci tenga molto più di me [come ben sai le mie priorità sono altre e tutte molto più contingenti]. Per me sei amico, fratello e maestro. Così come metto - invece - in dubbio l’attaccamento alla “causa della Palestina Libera” di persone che so benissimo troverei dall’altra parte della barricata quando si tratta di difendere i diritti della mia gente. Della nostra gente. Persone che si chiedono se prima di incendiare le baracche dei Rom, gli incendiari si siano accertati che non vi fosse qualche neonato all’interno. Perché? I Rom adulti possono essere cremati in vita? La questione è che io sono sicura di non voler perdere la mia vita dietro ad un branco di cretini che appena mi giro per parare un colpo mi mollano facendo finta di essere ancora al mio fianco ma “defilati” per motivi di opportunità personale. La mia [e solo mia per carità, non intendo appiopparla a nessuno] Palestina Libera [e spero Palestina Rossa e non religiosa, per Dio] non passa attraverso la demonizzazione di un popolo, dell'altro: è diretta contro un certo tipo di governo e contro chi lo sostiene a livello internazionale. Non mi sento a mio agio con chi mi spedisce 800mila mail al giorno per dirmi quanto malvagi siano i perfidi giudei. Mi piace di più duellare cavallerescamente [cioé parlare, mandare e farmi mandare gentilmente a cagare, molto spesso] con MMax o con Rosalù, [a cui va la mia completa solidarietà di donna e di musulmana per il vomito che la Meretrix ha scritto su di lei] piuttosto che chiudermi in un recinto con soggetti ringhianti a senso unico, per un unico motivo. So di essere una stronza, figurati se non lo so, convivo con me da anni e non mi sto nemmeno simpatica. Ma sono una stronza leale. E la slealtà di una battaglia condotta con persone che se potessero mi accopperebbero perché sono - a libera scelta - albanese, lesbica, rom, negra, accattona, rumena, bisex, occupante, musulmana, donna incinta e in procinto di abortire, scioperante, o sarkazzo cosa, mi appare molto ma molto chiara. Io voglio sapere chi mi sta a fianco. E non solo perché di quella persona devo fidarmi, perché in definitiva affido nelle sue mani (testa, cuore, tastiera, quello che è…) la vita delle mie future generazioni [ne avrei un paio, sai…]. Mi piacerebbe saperlo, perché con quella persona, con quelle persone, vorrei avere in comune argomenti che non siano solo il complotto pippo-pluto-giudaico-massonico. Perché gli stessi che si sbracciano per la Palestina, i “nostri” cosiddetti "alleati", sono quelli che vorrebbero vedere cannoneggiati i gommoni o i container che portano qui palestinesi, kosovari, rom, iracheni, afghani, sudanesi, ma giusto perché vengono qui a rubarci il lavoro, la casa, le donne. Perché ritengono giusto battersi per loro fino a quando sono lontani - una specie di affidamento a distanza - ma quando arrivano qui, allora la cosa cambia. E lo sai anche tu. Per questo dico che non mi va di occuparmi dell’esistente. Adesso è il momento di riflettere, è il momento di non stare alla finestra a guardare ciò che succede, tanto lo sappiamo benissimo quello che sta succedendo. L'abbiamo visto succedere per anni. Ora è il momento di chiuderci nelle nostre stanze a pensare ed elaborare e costruire. Non mi va di sdoganare ebeti politici, fascisti d'accatto conclamati e inutili idioti. Che vuoi che ti dica, questa forse è una mia perversione. Non mi fido delle ossessioni. E i "tuoi" alleati sono ossessivi a senso unico. E siccome io sono - invece - un’ossessiva compulsiva a tutto campo, permetterai - ancora - che non mi mescoli a chi è meno di me? Dacia Valent Leggi la prima parte
Inviato da dacia il Mar, 2008-05-06 05:50
Un antico e saggio detto confuciano recita: “è molto facile fare il frocio con il culo degli altri”. Ed è quello che sta succedendo a Torino, dove alcuni gruppi di estrema sinistra e destra si stanno dando appuntamento per boicottare una fiera del libro. Ma per l’amor di Allah, una Fiera del Libro... La storia potete leggerla qui, meglio spiegata. Si da il caso che sia stato l’Egitto a fare un passo indietro e siccome Israele era in zona (Fiera del libro di Parigi) per questioni - suppongo - contingentemente economiche, si è scelto di passargli il testimone. Che poi fosse inopportuno farlo proprio quest’anno, in cui ricorre un doppio anniversario, quello della nascita dello stato d’Israele e quello della morte delle speranze a lungo coltivate prima del ’48 dai palestinesi di avere il proprio stato, nessuno lo mette in discussione. E nulla quæstio sui crimini che Israele commette sulla popolazione prigioniera a Gaza e in Cisgiordania: dai bombardamenti "mirati" che uccidono intere famiglie o ragazzini che giocano a pallone su una spiaggia fino alle rappresaglie che azzerano il progresso faticosamente raggiunto dal lavoro corale di un intero stato come accaduto in Libano. Tutto nella completa indifferenza, accettazione o giustificazione della comunità internazionale. Così come è difficile non notare l’assenza di una critica “istituzionale”, non delegata alla buona volontà di chi invece non vede nulla di male nel presentare il conto ad uno stato che ha fatto dell’apartheid la colonna portante della sua costruzione. Come ad esempio il convegno che si terrà a sempre a Torino, il 10 maggio, alle 10, presso il Centro Italo Arabo Dar al Hikma [Via Fiocchetto, nr. 15] a cui partecipano, tra gli altri, il compagno Gianni Vattimo e Gamal Elkoudary, parlamentare palestinese e presidente del Comitato contro l’assedio di Gaza. Ma mentre da quelle parti le persone combattono e sanguinano e muoiono e uccidono, da queste parti invece possiamo permetterci di fare i “mujaheddin” o i “khaverim” da tastiera, magari anche bruciare qualche bandiera nei cortei (fatto che non ha la stessa valenza in Italia di quella che ha negli USA, dove per avere il diritto di farlo si sono battuti per anni), così mascherando pulsioni oscure con un antisionismo che definire finto, manierista e colpevole è misericordioso. Tanto noi rimaniamo qui, no?, e la sera l’unico bombardamento che siamo costretti a subire è quello di una televisione impietosa a cui non ci si riesce a sottrarre [dannata Sky, dannata Fox]. Ma, diciamocelo, è molto più difficile parlare, confrontarsi, trovare punti in comune e tentare di puntellarli con il ragionamento e la buona volontà. Che è quello che sta facendo Sherif El Sebaie a Torino. Infatti il 7 maggio, alle 18.00, grazie a lui, nell'Aula Magna Agnelli del Politecnico di Torino si potrà ascoltare un concerto e quindi ammirare nella Cittadella Politecnica la mostra “Islam ed Ebraismo". [cliccate qui o sulla foto per vedere la locandina ingrandita]. La mostra sarà aperta da un concerto del musicista israeliano Eyal Lerner, che suonerà insieme al libanese Ghazi Makhoul. Racconterà - questa mostra - della storia dei rapporti tra Ebraismo e Islam, e vede un lavoro corale di musulmani ed ebrei che non si sono tirati indietro di fronte alla sfida più grande: non dare la possibilità a chi odia - senza altro motivo che non sia il livore purissimo per qualcuno che si ritiene inferiore e/o pericoloso [sia questo l’ebreo o il musulmano] - di continuare a odiare. Perché, signore e signori, la sera del 7 maggio al Politecnico di Torino, invece, si racconterà di un rapporto lungo millequattrocento anni, che si snoda faticoso ma fecondo tra il Medioriente, l’Africa e l’Europa. E ci sono tutti: a patrocinare l’evento non è solo la stessa Fiera del libro, ma anche la Comunità Ebraica di Torino (e infatti Tullio Levi, il suo presidente ci sarà) e la parte dedicata ai “Giusti dell’Islam” è realizzata in collaborazione con il Pontificio Istituto Missioni Estere. Non ci saranno solo immagini, oggetti e musica, ma anche la presentazione del libro “Tra i giusti” (Ed. Marsilio) di Robert Satloff, direttore del Washington Institute per la politica del Vicino Oriente, un coinvolgente libro dedicato agli arabi e musulmani che durante la Shoah misero in salvo migliaia di ebrei. Il giorno dopo, all’apertura della Fiera, ci saranno coraggiosi urlatori fuori da quei locali. Si bruceranno coraggiosamente delle bandiere israeliane e americane. Si negherà - insomma - il diritto all’esistenza della cultura. Che volete che vi dica: i roghi di libri, anche se virtuali, li lascio volentieri agli emuli di Hitler e Pol Pot. Io mi tengo Sherif e Tullio. È quello - se sapremo conquistarlo - il nostro futuro. E anche quello della Palestina. Il coraggio quasi mai risiede in becere grida scomposte, bensì nel sussurro moltiplicato per milioni di voci libere, di voci oneste. Ecco, nell'Aula Magna Agnelli del Politecnico di Torino, domani sera, saranno in molti a sussurrare. Dacia Valent
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